• A un tempo, una recensione in versi, a partire da un testo di Silvia Molesini, e una lettura dei versi di Silvia.

    Elles pour Zazie

    Elles pour Zazie – Testo inedito di Silvia Molesini su video citazione da Elles, by Malgorzata Szumowska, 2012 – Voce e montaggio Nerina Garofalo

  • Cara Matilde,

    ho visto da poco un film che si snoda sul viaggio dei pellegrini a Santiago de Compostela. Ho quindi voglia, oggi, di tornare sul post che ospitava il racconto del tuo cammino per condividerti alcuni pensieri.

    Da qualche anno inseguivo la comprensione del significato di questo cammino, e il dono della tua storia era stato un tassello importante sulla via della condivisione. Il film che ho visto l’altra sera, accoccolata sulle gambe dell’esposo, ha aggiunto un momento ulteriore di domanda.

    Il film si apre sull’incontro di un uomo con questo cammino lungo la ricerca di un modo per stare accanto alla morte del figlio. Questo tema è per me, per ragioni che non hanno qui il loro luogo, dolorosamente presente in questi mesi. Da lì, questa riproduzione americana dell’esperienza che l’uomo fa completando un cammino che il figlio aveva desiderato, per poter tornare al proprio con il figlio nel cuore nonostante il suo incontro con l’oceano, è passata davanti ai miei occhi come una occasione che si fa avanti ancora una volta per pensare il Cammino.

    Io e l’esposo abbiamo anche molto riso, pensando, come se dovessimo decidere fra poco di andare, di andare a scoprire, confrontandoci con le nostre finitezze. Cose minime, occidentalissime, miserelle nel senso migliore: io che fumo e faccio al massimo 3 km al giorno, lui che odia la promiscuità nei momenti del corpo, e domande come: e quando mai li avremo 3 mesi per farlo? In pensione? Poi, pian piano, il Cammino ha vinto, ed è sembrato possibile dentro di noi. Un cammino che si fa da soli che però nella nostra testa era da fare insieme, un pellegrinaggio che ognuno tiene come riserva di senso da disperdere in una esperienza di cui non puoi conoscere l’emozione finale.

    Ed ecco che, a un certo punto, io mi sono guardata dentro e ho capito che il mio Cammino per Santiago c’è stato 4 anni fa. Quando siamo partiti, contro ogni ragionevole idea di certezza e aperti all’impensabile, al nuovo, a qualcosa che ti cambia la vita, per la Colombia. Di quel cammino ricordo tutto, ma la cosa che sento più vera è che quel cammino è venuto con noi al ritorno. E non solo perché ha portato un Cammino nella vita di nostro figlio, ma perché ha trasformato, rese del tutto differenti da prima, ridisegnato senza scampo dentro di noi, tutte le singole abitudini del quotidiano. Il modo di guardare, il valore che diamo alle cose. La complicità con cui sappiamo di non avere risposte per le cose, e la complicità con la quale abbiamo ricostruito un’etica. Il nostro Cammino è andato verso le Ande, dove Tiago è un nome che risuona. In un modo e in un luogo dove noi “non eravamo stati mai”. E’ stato uno spogliarsi di tutto e avere con noi l’essenziale, e timbrare le credenziali dell’amore e del dolore in molte stazioni. Incontrare l’altro come mai era stato prima, la storia dell’altro, la terra dell’altro, e non volerla trasformare, ma portare invece, al ritorno, quella storia, dentro la storia che è in ciascuno di noi. Quel cammino è durato 37 giorni, e tutto quello che è accaduto sembrava impossibile da affrontare (il lungo volo senza sigarette, una vita che è così diversa dalla tua da cambiarti per sempre, la nostalgia che avremo sempre per quei giorni e quel luogo) . Noi abbiamo avuto la nostra compostela, che ha consentito a noi di tornare qui con nostro figlio, e con tutto il suo mondo. Ecco, credo che lui sia la testimonianza che il viaggio è qui e ora, e che mettersi in cammino è molto più importante di restare. La nostra pietra l’abbiamo lasciata a Yopal, dove abbiamo dovuto sentire tutte le gioie e tutti i dolori, e a Bogotà, dove abbiamo convissuto per 20 giorni con chi faceva il proprio, di Cammino, con dentro mondi che non sapremo mai e non capiremo mai del tutto, ma che ci hanno cambiati per tutta la vita.

    Domani saranno 29 anni che e io e l’esposo facciamo insieme un Cammino, e quasi quattro che San Tiago ha baciato la nostra ricerca e tutte le domande che ha dentro.

    La vita, come il peyote, per stare a due film, non si sceglie, si vive, e non puoi cercarla, è sempre lei che trova te. Mi piacerebbe, ma ovviamente questa è solo una mia fantasia, e risponde al mio modo di trovare un senso alle cose, fare il Cammino per Santiago con Riccardo, forse con Cris, e magari con il nostro amico di cui non è importante qui dire.

    Senza domane e senza fretta, ma sentendo ogni singola risposta come l’eco assordante della bellezza e della finitezza, che sa sfociare dove l’onda ribatte alla solidità della cattedrale, oltre Santiago, oltre il dolore e l’amore.

    Per certo, cara Matilde, un pezzo del Cammino per Santiago l’ho fatto con te, attraverso lo scriversi, il dirsi e il darsi. E quindi grazie, cara Pellegrina, perché ci sei, e perché non hai tenuta nascosta mai la tua gioia nel viaggio. E per quanto mi riguarda, una delle credenziali è stata timbrata qui. E di questo, ti ringrazio. Con amore

    *

    *

    Questo post è collegato al racconto del Cammino che Matilde Cesaro mi ha donato

  • Il 26 agosto 2012 il Quotidiano della Calabria ha ospitato un racconto nato dalla curiosità biografica di un amico editore (Demetrio Guzzardi) che mi ha coinvolta in un viaggio emozionale nella Cosenza degli anni 70, a partire da una figura femminile intensa e viva nella memoria della sua generazione, quella della giornalista Maria Gentile . Eccolo nell’occhiello in prima pagina.

    E’ con gioia che dedico il racconto a Margherita e Antonella Gentile, sorelle di Maria.

    **

    Un grazie al Quotidiano della Calabria per averlo ospitato, e alla giovane illustratrice Luigia Granata che ha così riccamente commentato il testo. E’ possibile leggerlo con l’articolo di Demetrio Guzzardi che ha dato spunto alla narrazione, e le belle illustrazioni, sul sito del Quotidiano.

    **

    qui il pdf del solo

    Risalendo il fiume (di Nerina Garofalo)

  • Gli amici Marco Fommei e Maurizio Pagni, di V-Idea, hanno condiviso oggi, dal loro canale youtube , il video per il brano THE HAMMER TOUCH

    Così ce lo racconta Marco: il titolo del brano è THE HAMMER TOUCH, il cantante Sailormob, un progetto solista di Massimiliano Amoroso. Le immagini s’ispirano alle parole del brano. Una ballerina è prigioniera di uno strano essere dalle mani a martello. Ogni giorno lui colpisce con violenza le caviglie della ballerina, parti del corpo essenziali per danzare. Nonostante tutto lei riesce a muoversi, a seguire quelle onde sonore che la tengono in vita. Quando la musica termina, la ballerina chiude gli occhi, attendendo nuovamente quei martelli, che lei sa, le permettono, paradossalmente, di vivere e danzare.

    Il tema, così descritto, è intrigante, e in video molto bello. A proposito di dipendenze, sottomissioni, prigionie e movimenti.

    The dancer: Melissa Lohman
    Mr Hammer: Flavio Arcangeli

    Soggetto e sceneggiatura: Marco Fommei & Katia Titolo
    Regia: Marco Fommei
    Aiuto regia & montaggio: Maurizio Pagni
    Visual FX: Marco Fommei
    Color Correction: Andrea Santoro
    Maschere & Costumi: Katia Titolo
    Make-up: Marilena Alberto

    Fotografa di scena: Annalisa Lino
    Produzione: V-IDEA

  • Maurizio Puppo

    Una biografia apocrifa
    Raccolta su vinile e carta fotografica  da Nerina Garofalo

    (il posto dell’anima)

     

    come sia stato l’operaio (o l’operaia,

    o il quadro, l’impiegato, il noviziato del

    giovane ingegnere, il pasto nudo alla

    mensa del peccato) non sa la madre interna,

    che allatta senza sosta e pace porta,

    il centro inquieto del piccolo monello

     

    (Nerina Garofalo, 2012)

    C’era questa canzone di Giorgio Gaber: «i borghesi». Era molto nota, soprattutto per il suo ritornello: «i borghesi son tutti dei porci» («più sono grassi, più sono lerci. / Più son lerci e più c’hanno i milioni, i borghesi son tutti…» e qua i puntini di sospensione. E giù a sogghignare: la rima mancata con «milioni» non poteva lasciare dubbi, la parola mancante era « coglioni » (i precisini aggiungevano : ah no potrebbe essere pure « cazzoni »).

    Molte persone, sulla base di questi versi, hanno considerato questa canzone una specie di inno antiborghese, contestatario, rivoluzionario, in perfetta linea con lo spirito del tempo (parliamo degli anni Settanta).

    In realtà però non è proprio così. La canzone racconta una storia diversa: e cioè la storia di uno a cui, da bambino,  in famiglia e a scuola, davanti ai genitori che si fanno il segno della croce o al professore che parla in latino, viene proprio in mente quella « stranissima canzone » che dice, appunto, così: « i borghesi… ».  Poi cresce e diventa saggio. Il saggio, come sappiamo da un poeta che si chiama Cardarelli (a cui piacevano molto le vergini adolescenti, e quindi tanto saggio non è che dovesse essere), il saggio, dicevo, non è che un adulto che rimpiange di essere cresciuto. Una volta diventato saggio, quella strana canzone se la dimentica proprio, e nulla pare più disturbare la sua quiete. Se non, talvolta, suo figlio ; che d’improvviso si mette a cantare, chissà poi perché, « i borghesi son tutti dei porci… ».

    La canzone che racconta questa storia, Gaber l’aveva ripresa da un «vecchio maestro» che si chiamava Jacques Brel. Vecchio maestro, disse proprio così, Gaber, parlandomene, in una ormai lontana intervista, dietro le famose quinte del teatro Margherita di Genova. Il teatro Margherita non esiste più, e non esiste più nemmeno Giorgio Gaber. Brel (di lui non ne parliamo nemmeno, è morto da tantissimo tempo) era un belga, e aveva dei bei dentoni da coniglio. Suo padre era un industriale e lui, Jacques, per qualche tempo aveva lavorato nella ditta di famiglia, ramo commerciale, Ma poi si era rotto le scatole ed era scappato a Parigi, all’avventura. E lì era diventato celebre. La canzone «les bourgeois» l’aveva scritta nel 1962. La storia, è quella di un tipo che a vent’anni se ne va con l’amico Jojo (doveva chiamarsi Jacques, ma ai francesi piace molto dare questi nomi un po’ buffi, allitteranti) e l’amico Pierre a bere ; Jojo si prende per Voltaire, Pierre per Casanova. Il protagonista, invece (autocentrato, com’era infatti Brel) si prende per se stesso, e basta . « Et moi, moi qui étais le plus fier, moi, moi, je me prenais pour moi”.

    Verso mezzanotte, vedono un gruppo di notai uscire da un hotel di lusso, e per salutarli decidono di mostrare loro il sedere, e di cantar una stranissima canzone: “Les bourgeois, c´est comme les cochons.  Plus ça devient vieux, plus ça devient bête. Les bourgeois, c´est comme les cochons, plus ça devient vieux, plus ça devient…”. La parola che fa rima con cochons è cons che in francese equivale, appunto, al nostro “coglioni”.

    Poi passa il tempo, irreparabile come sempre fa e farà. One fine day, il protagonista si ritrova proprio al bar di quello stesso hotel di lusso, con gli amici di sempre, Jojo e Pierre. Come loro è diventato notaio, e come sempre parla di se stesso. All’uscita, verso mezzanotte, si imbattono in un gruppo di giovinastri che indirizzano loro, indovinate un po’? Quella stessa canzonaccia, les bourgeois, c´est comme les cochons.

    Nella canzone originale, i giovinastri vengono definiti con una parola curiosa: pegne-culs. Letteralmente un pegne-cul sarebbe colui che si pettina il culo.  È’ una parola gergale (e fin qui) assai antica, che indica persone grevi, grezze, di poco valore e di nulla raffinatezza. Insomma, tutta la storia dei pegne-culs consiste nel mostrare come, con il tempo, si finisca per aderire a un modello che si disprezzava: borghesi, conformisti, “normali” (quando invece ci si credeva “eccezionali”). Quindi, non è un inno alla contestazione, alla lotta di classe; è semmai una riflessione sulla vita, su come certi modelli che riteniamo inaccettabili e ridicoli, quando siamo giovani, riescano poi invece a fagocitarci. Una riflessione sul passar del tempo, e le morte stagioni, e la presente e viva. E il suon di lei.

    Giorgio Gaber si era molto ispirato al personaggio di Brel. Brel in Italia è famoso più che altro per certe sue canzoni un po’ melodrammatiche, come “ne me quitte pas” (non abbandonarmi) e ha una fama un po’ cupa, che in parte gli deriva dall’essere accostato (totalmente a sproposito) a gente come Leo Ferré. In realtà Brel era un guascone, uno che voleva far ridere, e nei suoi spettacoli in teatro faceva smorfie, battute, raccontava storielle. Un misto tra musica e cabaret, tra canzone e teatro. Era simpatico, Brel. E’ morto di cancro. Fumava come un pompiere. In italiano si dice un turco, in francese invece si dice così: fumare come un pompiere. Fumava molto anche Gaber, me lo ricordo durante l’intervista: una Marlboro dietro l’altra. Prima di intervistarlo, mi ero detto: devo ringraziarlo per avere scritto una canzone meravigliosa, “le strade di notte”, una vecchia canzone che a me è sempre piaciuta moltissimo. Poi però l’ora si è fatta tarda, e a un certo punto lui è scappato per andare in scena. E poi, qualche anno dopo, è morto, e io non ho potuto ringraziarlo.

    Adesso il problema di Brel, quello di diventar notaio, non esiste più; visto che i giovani da un po’ di tempo in qua non hanno più modo di accedere alle professioni “da grandi”. Restano bambini tutta la vita. E adesso, quando si contesta il sistema, lo si contesta perché non ti fa diventar notaio. Brel, se la dovesse scrivere adesso, la canzone, sarebbe nei guai.

    (Maurizio Puppo, giugno 2012)

  • Maurizio Puppo
    Una biografia apocrifa

    Raccolta su vinile e carta fotografica
    da
    Nerina Garofalo

    (vivement dimanche)


    oggi scrivo interviste che sorridono

    da sotto. mi viene questa memoria di Truffaut.

    la cosa viva dentro la cosa stanca spenta a forza.

    e mi è impossibile pensarla kubrikiana, forse

    un pochino Train de Vie, al limite Toscani.

    scrivilo tu, lo stato delle cose. Wenders

    perdonerà le associazioni un po’ scontrose,

    c’è in gioco questo ascolto senza note.

    (Nerina Garofalo, 2012)

    E tu, cos’hai da raccontare? C’è un film del regista francese François Truffaut, il cui titolo originale («Vivement dimanche») è stato tradotto in italiano con «Finalmente domenica». Però questa traduzione non è mica tanto giusta. In realtà, in francese, per dire «finalmente domenica» si direbbe «enfin dimanche». Invece «Vivement dimanche» vuol dire una cosa diversa, che peraltro non è nemmeno così facile da tradurre in italiano con l’identica stringatezza. Significa qualcosa come «non vedo l’ora che sia domenica», «ma quand’è che arriva la domenica?». Ne ho parlato un giorno a lungo con mia figlia Lola che è francese (e pure italiana. Ma vabbé, nessuno è perfetto) e adesso (nel 2012, lo specifico perché poi gli anni passano) ha nove anni. Anzi nove e mezzo.

    Lei mi ha detto: papà, «vivement dimanche» non vuol mica dire «finalmente domenica». Io c’ho riflettuto un po’ e mi sono reso conto di quanto avesse ragione. Poi, già che c’eravamo, le ho raccontato pure una storiella, su questo film, su “finalmente domenica”, anzi, su «Vivement dimanche». Il film è del 1983. Qualche tempo dopo la sua uscita, (sarà stato il 1985 o giù di lì, con l’incoscienza dentro il basso ventre), il film fu diffuso dalla televisione italiana.

    Era proprio una domenica. I programmatori della RAI si devono essere detti : questo film bisogna darlo la domenica perché il titolo è «finalmente domenica». Invece no, se il criterio era quello di essere coerenti con il titolo, allora bisognava darlo un altro giorno. Perché uno puo’ dire «non vedo l’ora che sia domenica» tutti i giorni della settimana tranne domenica. Non ha senso dire «non vedo l’ora che sia domenica», di domenica. Ma vabbé, c’era stata questa storia della traduzione; e quindi loro hanno ragionato sul titolo in italiano. Comunque sia ormai è una cosa vecchia, è andata, e se vogliamo non è nemmeno tanto grave. A casa c’erano i miei zii. La televisione era accesa, come sempre. Io lì tirai fuori una frase del tipo: c’è un film che mi piacerebbe vedere. E’ bello dire queste frasi qua, perché permettono subito di capire che chi le dice ha un gusto, cioè, non è uno che subisce passivamente, è uno che seleziona, che sa cosa vuole, che è consapevole. Ecco, consapevole è la parola giusta. E io mi sono sentito consapevole.

    Ma mio zio, a modo suo, era consapevole pure lui. Un furbone, un guascone. Un po’ sul tipo del personaggio interpretato da Vittorio Gassman nel «Sorpasso»: pure simpatico, se vogliamo, e soprattutto con un gran fiuto per identificare con assoluta certezza i suoi nemici. E lì, mio zio mi sgamò subito, e comprese immediatamente che quel film stava dalla parte del mondo diametralmente opposta alla sua. Quella identificata come «intellettuale», o “radical-chic”. Rispetto alla quale, mio zio stava proprio dall’altra parte, quella del personaggio del “sorpasso”. Non vi crederete mica che quell’Italia l’abbia inventata Berlusconi o le sue televisioni? Non crederete mica alle favolette che raccontava la buonanima del Pier Paolo (Pasolini), su un’Italia che prima era diversa, rustica, popolana, autentica, gioiosa, intenta a rimirarsi le lucciole e poi, zacchette: arriva il progresso, le lucciole tirano le cuoia e viene fuori un’Italia avida, materialista, omologata, odiosa? Macché. Pier Paolo se la raccontava così perché a tutti piace pensare che sia esistita un’età dell’oro; è come quando mia mamma dice “ah quand’ero giovane…”. Io me la ricordo mia mamma quand’era giovane: si lamentava esattamente come adesso. Insomma, quell’Italia feroce nemica di ogni intellettualismo, anche solo presunto o accennato, c’è sempre stata e secondo me ci sarà sempre.  Berlusconi, negli ultimi trent’anni, le ha solo dato una più visibile rappresentanza mediatica e politica, e l’ha soprattutto aiutata a sbarazzarsi di ogni residuo complesso di inferiorità. Fatto sta. Fatto sta che io selezionai il canale, e zac, parte il film. Bianco e nero. Già. E allora mio zio dice: ma che cazzo di film, ma cos’è, un film antico? Che poi mio zio era (è) uno che a ogni momento ti dice: accipicchia come si stava bene ai nostri tempi, adesso le cose moderne fanno schifo. Però, davanti al bianco e nero di Truffaut, d’improvviso aveva scoperto di essere un sostenitore della modernità.

    E io allora, pedagogico : ma no, è una scelta del regista. Scelta del regista? Dev’essere proprio uno scemo, quel regista, come si fa a scegliere di fare un film in bianco e nero, è molto meglio a colori, no ? Io pago per vedere un film e voglio il top (no. Non ha detto esattamente così. Perché allora si diceva : voglio il massimo. Voglio il top è una frase che è venuta dopo). E io allora : ma no, è più complicata la cosa, un regista può anche preferire il bianco e nero perché…  Complicata ? – dice lui – Ah io le cose complicate non le posso sopportare. Uno che fa le cose complicate è uno che ha qualcosa che non va bene nella testa. Quel regista lì dev’essere proprio uno scemo. E io allora: ma guarda che Truffaut… (Chi? – dice lui – Fuffò? Con l’accento sulla o)… Ma guarda che Truffaut (continuo io) è uno dei più grandi registi… E chi l’ha detto (dice lui) che è uno dei più grandi? Tu ti bevi tutto quello che ti dicono? Io ragiono con la mia testa, non è che sto a sentire quello che dicono gli altri.

    E avanti così. A un certo punto nel film si vede un cadavere, e lì mio zio: ah il cadavere si è mosso! L’ho visto! L’ho visto! Si è mosso! Ma che razza di film! Manco buoni a far star fermo l’attore! Si è mosso ti dico. Ma che film è questo qua? Lì mi sono arreso. Mio zio ha cambiato canale e ha messo su lo sport o forse un film con Bud Spencer. Era domenica sera: “vivement lundi”, mi sono detto io. In realtà non è vero, ma probabilmente me lo sarei detto, se a quell’epoca avessi saputo il francese.


    (Maurizio Puppo, giugno 2012)

  • Maurizio Puppo

    Una biografia apocrifa
    Raccolta su vinile e carta fotografica da Nerina Garofalo

    1.

    (la domanda è invisibile)

    così, fra Sanguineti e il sangue delle donne,

    tocchiamo con i piedi il manto della strada

    per fiumi a fiumi, incerti se lasciar cadere

    la giacca giù dal ponte per vedere come cade,

    fino allo spasimo curiosi e protettivi, quasi sfiniti

    dalla salvaguardia. Rimestiamo nel nudo,

    alla ricerca dell’inganno. 

    (Nerina Garofalo, 2012)

    E tu, cos’hai da raccontare? Per dire, direi così. A me  piaceva molto Rossana Casale. Ma è forse meglio se mi spiego. Ecco. Nella mia ricerca affannata di un modello superegoico (insomma un modello sociale, culturale, in cui identificarmi, a cui tendere, quella cosa lì) mi ero imbattuto un conduttore di una trasmissione radiofonica del tardo pomeriggio, su una di quelle famose radio private. Erano gli anni Ottanta e tra noi si scherzava a raccogliere ortiche. La trasmissione era particolare, raffinata, un pochettinodandy, con cospicue tracce di cultura omosessuale cifrata (insomma, mai esplicita). Io di cultura omosessuale non ne sapevo nulla, ma proprio un emerito tubo. Ero cresciuto nell’Italia mammona, quella dell’orizzonte «macchina-moglie-mestiere ». Ricordo che un mio amichetto mi diceva: è bello il matrimonio, io appena sono grande mi voglio sposare. Perché, chiedo io. E lui : perché quando sei sposato puoi  scopare tutte le volte che vuoi. Con il senno di poi, direi che il mio amichetto aveva torto. Insomma, noi eravamo alla periferia di ogni cosa, in uno di quei ceti medio-bassissimi, totalmente invisibili, noiosi, grigi, inutili e così poco interessanti.

    Cosi’ poco interessanti da non poter attirare nemmeno le attenzioni dei cantautori impegnati, dei teatranti di opposizione, degli intellettuali fuori dal coro, dei militanti delle direzioni ostinate e contrarie. Padri operai, madri casalinghe, tinelli, tovaglie di plastica, facili da pulire, mobili di fòrmica con colore finto-legno, piante di plastica con le giunture tra i vari pezzi molto visibili , case brutte e piccole ma sempre perfettamente linde e senza una cosa fuori posto ; a tratti (non sempre. Dipende dall’intensità dell’isteria della madre), persino le odiatissime pattine, per non lasciare impronte sul pavimento. E in ogni caso, pattine o no, la televisione sempre accesa. Nel caso della famiglia mia, sul secondo. Sarebbe il secondo canale (che allora si chiamava cosi’, non «Rai 2»). Tutti però dicevamo solo «il secondo» : metti il secondo, cosa danno sul secondo ?

    La scelta del «secondo» era già indice di una certa laicità progressista. Quelli che votavano la dicci’ (e che in casa mia venivano indicati con la dizione : « son gente di chiesa ») guardavano il primo (stesso ragionamento che per il secondo : sta per primo canale). Il terzo non c’era ancora e Bianca Berlinguer era una bella bimbetta. Ma a parte questa scelta del secondo, ecco, non c’era nient’altro da dire. Ora, con tutta la buona volontà del caso, ma me lo spiegate, anche se avesse voluto, come avrebbe fatto De André a scrivere una canzone su di noi? Cosa scriveva, De André, « metti il secondo che comincia il telegiornale? ». ma figuriamoci. Per meritare una canzone di De André, o sei ricco (com’era lui, ricchissimo di famiglia), e allora la canzone trasuderà disprezzo, pena o schifo o rabbia e malinconia, « fascisti, borghesi, ancora pochi mesi » (il concetto di pochi è soggettivo). Oppure sei sempre ricco, ma almeno sei malinconico e torturato, sul modello della Micòl dei Finzi Contini, o ancor meglio del fratello Alberto. E allora ci potrà uscire una canzone plumbea, decadente, viscontiniana, anche un po’ nichilista. Insomma, se sei ricco ci sono due versioni di canzone, quella che definiremmo per il « porco soddisfatto » oppure quella per il « ricco riflessivo ». Se non sei ricco, per meritare una canzone hai un’alternativa: devi essere interessante. Tipo un assassino, un travestito, un carcerato, una prostituta. E allora nella canzone ci sarà un’intelligente raffinatezza e complicità, ci saranno tocchi di poesia, momenti altissimi di riflessione, severi moniti sulla necessità di non giudicare gli altri, richiami anche all’iconografia cattolica, insomma, cose belle, cose grosse, importanti. Ecco.

    Se non sei ricco e neppure interessante, allora hai un’ultima chance, ma è proprio l’ultima. Devi essere un disgraziato totale. Ma totale, non mezzo e mezzo : devi morir di fame ed essere sporchissimo. In  quest’ultimo caso allora sei uno dei cosiddetti « ultimi », e li’ in un certo senso è veramente il massimo. Li’ le canzoni fioccano, e si riempiono di frasi memorabili, e i dischi si vendono. E i titoli di giornale non mancheranno mai, perché il giornalista ci va facile facile : il prete che difende gli ultimi, il cantante che ha cantato gli ultimi, il poeta degli ultimi, il calciatore che si interessa agli ultimi.

    Perché difendere gli ultimi significa essere forti, essere come Gesù Cristo o quasi, essere pazzeschi, veramente in gamba. Significa essere « contro », non rassegnarsi al conformismo imperante, tenere la barra dritta, non cedere, non tentennare, essere « oltre », poter guardare tutti gli altri dall’alto in basso, con una smorfia di schifo, ed essere invitati alle migliori feste.

    Ma un operaio che si compra una Seicento non è un ultimo; c’ha la Seicento. E non è ricco perché ve lo fosse, mica si comprerebbe la Seicento, non vi sembra ? E non è interessante : come fai a essere interessante con una Seicento magari pure lucidata perbenino? E di solito non è un nemmeno un assassino, perché statisticamente gli assassini sono una minoranza. Sarà per via dell’effetto deterrente della legge, o dell’innata bontà dell’essere umano, vai a sapere ; secondo me è la prima che ho detto, ma non importa. Tornando al nostro non ricco, non interessante e non ultimo : chi si compra la Seicento non muore nemmeno di fame anzi, mangia cibi semplici ma con robusto appetito. E allora una canzone viene malissimo, si capisce. A meno di non essere un poeta un po’ matto, magari uno alla Jannacci. Ma questi sono casi fortunati, particolari.

    Noi, figli di questo ceto sociale incapace di ispirare opere d’arte veramente sovversive, noi attestati verso il terz’ultimo posto il pomeriggio lo passavamo a giocare a pallone, con i blu-jeans, le scarpe « clark »  o le Rontani. Che erano come le Superga ma costavano (e duravano) molto ma molto meno. Si rientrava tutti sudati. Avevamo inventato un neologismo (quando si dice): dis-sudare. Fermo che prima di tornare a casa devo dis-sudare, dicevamo. Dis-sudare consisteva nel calmarsi, lasciare che il sudore si asciugasse. In modo da rientrare a casa in uno stato di apparente calma, e quindi non sentire le litanie « sei tutto sudato, te l’avevo detto ». Ecco, io venivo da una cosa così: cosa volete da me, che me ne intendessi di cultura omosessuale ? Ma figuriamoci. Epperò nonostante tutto un po’ sì. Ma così, ad occhio a naso quelle cose lì mi piacevano ; perché io a scuola imparavo delle cose, e leggevo, e vedevo i film tardi la sera, quelli dopo le dieci, i film un po’ particolari, non quelli proprio scemi o edificanti delle venti e trenta, e riflettevo e pensavo. Anche perché di tempo ne avevo abbastanza : a scuola si andava mezza giornata e basta, attività extra-scolastiche io non ne facevo, le ragazze mi consideravano, credo, meno di un batterio, e insomma tempo ne rimaneva. E quindi un po’ di idee sul mondo me le ero fatte e fatto sta che quella trasmissione li’ mi piaceva e mi affascinava molto. In quegli anni c’era Rossana Casale, che è una cantante. Per chi non lo sapesse. Avrei dovuto dirlo subito, non appena ne ho citato il nome. Perché la definizione o la spiegazione la si dà subito, alla prima volta che si usa un termine. Non è che la dà dopo un po’. Rossana Casale (una cantante) era andata al Festival di Sanremo. E il conduttore della trasmissione radiofonica che a me tanto piaceva disse : a me (disse lui. Quindi va letto come se fosse « a lui ». Ma insomma, avete capito), a me (disse lui) piace molto Rossana Casale. E qui pausetta. Lieve, perché in radio una pausetta anche appena un po’ più lunga, fa subito una sensazione di vuoto pazzesco. E dopo la pausetta disse: come donna e come cantante.

    Quanto mi piacque questa frase qua ! E allora io a dire a tutti, non appena l’argomento si presentava : a me Rossana Casale piace molto. Pausetta. Come donna e come cantante. E i miei amici che erano sostanzialmente degli abbruttiti, insomma dei ragazzi veramente semplici, mi dicevano: come donna ? Ma che cazzo dici? Ma tu devi proprio essere finocchio (anche loro se ne intendevano di cultura omosessuale, come si vede. A modo loro, s’intende). Madonna – dicevano – è racchia forte. «Racchia» va interpretato. Se in quel preciso momento Rossana Casale si fosse presentata dal mio amico e gli avesse fatto biribiri sul naso, quello avrebbe avuto un’esplosione ormonale, e poi si sarebbe fatto delle seghe per un bel po’ pensando a quel momento lì.

    Ma bisogna considerare che quando sei seduto sul divano davanti alla tivvù, sei un padreterno e giudichi tutti : eh quella lì (e quella lì magari è una figa che ti incenerirebbe con lo sguardo a un chilometro di distanza, una femmina di cui mai hai sentito l’odore in vita tua), quella lì ha le gambe storte. Esseri orrendi, con le pance, le gambe bianche e pelose, vestiti malissimo, con l’alito cattivo e problemi digestivi, che passano la vita stravaccati a vedere le repliche delle partite, poi pontificano su stupende creature. Perché davanti alla tivvù essi sono come il Signore Iddio secondo la buon’anima di Alessandro Manzoni: coloro che giudicano senza essere giudicati. Esempio. Nastassja Kinski (che in realtà si chiama Nastassja Aglaia Nakszyński, non so perché ve lo dico) era (ed è) una donna bella, colta, intelligente, con una vita ricca di esperienze, cosmopolita, brava attrice, con un fascino perverso incredibile. Ecco chi è Nastassja Kinski. Un mio amico, secchione a scuola, che passava tutte le estati con la mamma (dicendo : mia mamma di qua e mia mamma di là) ; con i capelli biondini che parevano tagliati con la tazza (avete presente) ; ecco, questo mio amico qua diceva di lei (di Nastassja Kinski): mamma mia che schifo, non ce n’ha proprio di tette.

    Ecco,  noi eravamo così. Anzi, no: loro, loro erano così.  Perché io no. Io ero diverso. Io ero più sensibile e non le dicevo quelle cose e pensavo a Nastassja con cupidigia e alle sue labbra e alle pieghe delle braccia e cercavo anche di immaginare il suo odore (di Nastassja Kinski). E cerco di immaginarlo anche adesso. E insomma, questo per dire che Rossana Casale, secondo me, era ed è una donna carina. Anche se (su questo siamo d’accordo) non è mai stata una maggiorata da esibizione nella gabbia delle stranezze, né una pollastrella da televisione ; e quindi non poteva suscitare l’entusiasmo dei miei amici. Ma io ero diverso. Io ero giù un po’ più raffinato, io ero uno un po’ più su: a me piaceva molto Rossana Casale, come donna e come cantante. E se non sbaglio quella canzone di Rossana Casale, in quel festival lì, diceva: piangere è già sentirsi invisibili. Secondo me è proprio vero.

    (Maurizio Puppo, giugno 2012)

  • Era da tanto che non incontravo un discorso così intenso sul silenzio. A questo penso, oggi, tornando a immergermi, come si fa, nella lettura di questa così bella Autoantologia di Margherita Rimi, che porta in dote (di una vita) la parte che sinora è data.

    Su un nucleo tematico dolente, che lavora sulla rottura, sulla ferita, sull’inciampo, sulla perdita e sulla mancanza, ogni suo verso è rispettoso, rigoroso, non indulge al vezzo o al cedimento della interpretazione, e si concede invece, intero, ad ospitare una esperienza. Multipla e personalissima (pirandelliana).

    Ed ogni verso, ogni sezione, all’incrocio degli anni, nomina un modo per stare nel silenzio. Per consumarlo da dentro e portare in emergenza, in superficie, non un’ipotesi, non un disvelamento, ma un fiato, la compiutezza di un respiro. E sembra, quasi sempre, che sia il primo. Il primo in vita.

    Ci sono sorellanze, figlitudini, adozioni, prese in carico, accoglienze. Di sentimenti e di silenzi. Ci sono movimenti che trapassano le pagine, vanno da un verso all’altro, come il tempo che si è scelto per dividere ciascuna traccia di ricerca. Ci sono biografie intensissime, struggenti. Ci sono temi, ci sono gesti e ci si inciampa, nella lettura, in quella sensazione di contatto. Toccare è un verbo che ritorna, come una mossa, ossessione silenziosa, sussurrata, come un fantasma che si fa onomatopea, toc, toc toc, sotto a chi tocca.

    Ci sono mondi che attraversano chi legge, e mondi ad ogni verso, ad ogni gruppo di versi, ad ogni testo. E’ come se ogni storia, ogni persona, fosse davvero nominata, proprio per nome, con confidenza per condivisione, per scommessa, ma senza alcuna violazione di perimetro. E c’è ad un tempo, precisissima, la presa incarico del danno, la presa in carico del battito.

    E il tema è il tema del silenzio, e della sua decostruzione. La costruzione di grammatiche che stanno al danno (sul linguaggio) come sa stare, prossima, la cura dell’ascolto. La costruzione (interna) dell’ascolto.  Ed è una poesia generosissima, che si fa intima per essere, che non proclama, non esclama. Quella punteggiatura rotta al verso, che pure è fluida, canta, incanta. Come ci incantano le fronde se guardiamo il bosco con il corpo. Persino spaventando.

    Il lavoro che c’è dietro questa antologia è potente, per convergenza di rigore scientifico verso un vissuto dedicato a contenere le drammatiche (ed uso qui uno dei versi più struggenti della Rimi) e l’altrettanto rigore di ricerca che c’è per una parola e una poetica che possan dire, senza contraddire, come si fa quando si ascolta. Con voce piccola si ascolta, e quel che arriva è dato.

    Cos’altro domandiamo, alla poesia, oggigiorno, se non questo saper portare senza voler recedere dal desiderio che la voce si apra, si faccia corpo, sappia sedimentarsi, senza intaccare la dimensione intima che sta all’ascolto?

    Una raccolta, questa di Margherita Rimi, di straordinarie intelligenza e volontà (operative, sociali, sentimentali). E, quindi, una semina preziosa.

    (ng – Roma, giugno 2012)

    *

    Margherita Rimi – Era farsi, Marsilio, 2012

  • APPUNTI PER SPETTACOLI CHE NON SI  FARANNO

    Ernesto Orrico è un attore. E scrive e interpreta una modalità di esistenza coesa al proprio progetto narrativo e creativo.

    Ho incontrato Ernesto attraverso le parole, quando ci siamo scritti per un progetto antologico nel quale è impegnata la libera editrice Coessenza. Più o meno un anno fa. In questo quasi anno, abbiamo finito con l’incontrarci, virtualmente, in più luoghi, fino a imparare a conoscerci attraverso testi, immagini e azioni. L’uscita di “Appunti per spettacoli che non si faranno” mi ha consentito un passo in più sul territorio dell’incontro. Un passo stimolante, per quella commistione di energia e consapevolezza dolorante che contiene. Con la bella dedica (in foto) con cui me lo ha donato Alessandra Luberto.

    Appunti per spettacoli che non si faranno è  (come ben annota Alessandro Chidichimo nella suggestiva prefazione), una raccolta di marginalia, note d’attore e frammenti che annusano la poesia.Pubblicata dalla Casa Editrice Coessenza, con le illustrazioni originali di Raffaele Cimino, artista  ed art director che dal 2003 vive e lavora a Modena.

    Illustrazioni di inusuale nitida potenza, accompagnate a testi che rivelano l’indicibile, il backstage della creatività, e spaziano fra il diario, la poesia, il poemetto in prosa e il fumetto, in questa costruzione emozionata.

    Mentre scrivo, esce in rete il nuovo video di Eugenio Finardi, Passerà, tratto dal triplo cd “Sessanta”, con testo scritto a quattro mani con il cantautore ligure Zibba. Girato nella campagna cosentina, con la presenza audacemente allegra, fiduciosa e vitale di artisti ed abitanti calabresi, il video esce, a breve distanza da un altro video legato a Cosenza e online da tre settimane, il bel Benvenuta a Cosenza diMarco Fama, di cui abbiamo scritto in questo stesso spazio).

    Tutto questo fermento,  andando a stringere questi giorni di crisi nell’anello che tiene della creatività e del sentimento del futuro. Nel video Ernesto Orrico è una presenza straniante e suggestiva, con quel suo silenzio mimico trafitto di significati. Con lui, fra gli altri, Brunori Sas  e la fotografa Ivana Russo.

    Dalla curiosità per tutto questo sono nate le domande, alle quali Ernesto Orrico ha risposto consentendoci di prender parte ad un altro  tassello del suo vissuto creativo ed umano.

    NG: Ernesto vive nel teatro e porta il teatro nel mondo. Lavora con grandi e piccoli, per età e dimensione. Ha maestri e colleghi di esperienza straordinaria, fra tutti Mariangela Gualtieri. Cos’è per te il teatro? In quale teatro poni oggi il tuo teatro?

    EO: Il teatro è il mio aggancio al reale. La poesia attraverso cui interpretare il mondo. È, nel tempo, l’ancora che non ha consentito di abbandonarmi ad una vita sociale sfocata. Ho avuto modo di incontrare tanti maestri, alcuni per periodi troppo brevi, ma tra i laboratori in cui ho avuto la possibilità di studiare quelli con Mariangela Gualtieri sono stati tra i più illuminanti, un’idea che da lì proviene e su cui ancora continuo a macinare, è il lavoro sulla lingua sciancata, sulla lingua rotta; un’uscita continua dai margini della scrittura e dall’oralità di un italiano presunto corretto.

    Il mio teatro cerco di portarlo ovunque, certo, i miei lavori non sono assai appetibili per i grandi teatri, anche se il mio sogno perpetuo è di poter recitare per 30 giorni di fila al Rendano, e forse per la mia città e i miei concittadini sarebbe un incubo.

    In questo periodo, con un gruppo di amici artisti e di appassionati di teatro stiamo costruendo delle azioni teatrali di massa per le strade e le piazze di Cosenza, un’idea che abbiamo mutuato dal progetto “Mercuzio non vuole morire” che Armando Punzo e la Compagnia della Fortezza stanno portando avanti a Volterra, si tratta di un teatro che conquista lo spazio pubblico attraverso la poesia di corpi e voci non arresi allo stato delle cose presenti.

    NG: Appunti lavora sul terreno della poesia, da dove parte questo desiderio, che sembra contenere, per titolo e genere, una ammissione di impotenza e allo stesso tempo la pretesa di un assoluto e di una utopia?

    EO: Il titolo forse è una provocazione a me stesso, la scrittura mi ha sempre dato la possibilità di costringermi a mantenere un’etica, di giocare a non tradirmi. Ritrovare le parole di prima mi da un senso di sicurezza, per le scelte che ogni giorno si devono compiere. Fissare piccole poesie, stralci di ipotetici spettacoli su carta diventa un impegno per il futuro, pur nella consapevolezza che non ci siano scritte verità immutabili, anzi tutt’altro, resta però la possibilità rileggendosi di non smarrirsi. Nel lettore che non conosce la mia vita invece mi auguro che possa innescarsi un meccanismo simile, come se la scrittura fosse una mappa da consultare per trovare un sentiero provvisorio in cui avventurarsi: su di me i libri hanno questo effetto.

    NG: La tua raccolta vibra di spari, la velocità del colpo e il suo silenzio d’attesa sono dichiarati. Cos’è oggi uno sparo a teatro, in una città che ha sempre avuto con il teatro un legame forte, determinato e a un tempo fortemente ambiguo?

    EO: La sorpresa che ancora può innescarsi grazie alla prossimità di corpi, voci, umori nel luogo fisico in un cui si svolge l’azione teatrale. Ancora questo forse nient’altro che questo? Il teatro, il suo farsi, si declina in centinaia di modi, di stili, di forme, di caratteri… esiste e insiste in ogni angolo del globo, finché ci saranno anche solo due esseri umani che agiscono, giocano, si guardano, sopravviverà.

    Nella città e nella regione in cui vivo, fatto salvo il periodo magno-greco, l’arte teatrale vive il suo miglior momento, grazie a decine di operatori culturali che hanno preso finalmente coscienza della loro qualità artistica. E questa fioritura è avvenuta nonostante gli investimenti economici delle amministrazioni pubbliche sulla promozione della cultura teatrale abbiano continuato ad essere ondivaghi, carenti o legati a logiche clientelari, mi riferisco in particolare a come vengono nominati i direttori artistici delle istituzioni teatrali pubbliche o semipubbliche dotate di maggiori budget.

    NG: La tua è una raccolta dolorosa e odorosa, come nei migliori luoghi l’olfatto è chiamato in causa dalla parola, e con esso il perimetro del corpo che lo veicola e lo produce. Che odore ha questa tappa senza perimetro nella tua ricerca? Dove ti dimori, fra ciò che si farà e non si farà?

    EO: Mi dimoro in qualsiasi luogo possa avverarsi una possibilità di teatro e di scrittura, alla ricerca insistente del contatto con l’altro da me, e spesso ovviamente accade di commettere errori grossolani che mi costringono a rapide ricostruzioni, a nuovi ripensamenti.

    Negli ultimi mesi sto sperimentando delle forme poetiche di scrittura all’improvviso sui social network, usando la bacheca elettronica come spazio performativo, come estensione ideale di un ipotetico teatro della mente. Ovvio che manca la componente della prossimità fisica che produce odore e sapore, ma è un pezzo di un panorama più ampio, un intrecciarsi continuo di reale e virtuale, una contaminazione perpetua, uno scivolamento perenne che nel mio caso cerca poi consistenza e esistenza nello spazio dell’azione teatrale dal vivo.

    NG: La relazione con l’impegno è palese, almeno a me arriva questo, quasi come un sussulto a ogni passo. Ed è una relazione con l’impegno e il disincanto, con la rabbia e l’amore. Quanto amore c’è nel aver costruito il libro con Coessenza e con Raffaele Cimino? Chi è, nella tua vita, Raffaele Cimino, per accolto la sua visione sulle tue parole, visione che arriva sinergica, persino fibrillata?

    EO: Coessenza io la definisco una casa editrice selvaggia, che mi auguro non si adegui mai ad una presunta “civiltà”. La scelta di pubblicare con questa piccola realtà indipendente è stata naturale, in un certo senso automatica. Ho partecipato per due anni agli incontri periodici che i componenti della Coessenza organizzano in luoghi occupati, all’aperto, in spazi universitari, sempre con l’idea di un nomadismo felice e leggero, ho letto i testi miei e di altri autori in una logica orizzontale di confronto che mi auguro possa continuare nel prossimo futuro.

    Raffaele Cimino è un amico, un vecchio collega d’università e soprattutto un artista con una sensibilità assai orientata alla decodifica della contemporaneità, forse grazie al fatto che è anche direttore creativo di un’agenzia di comunicazione. Negli ultimi 10 anni abbiamo collaborato in diverse occasioni, ha realizzato alcuni disegni di grandi dimensioni per “Hamlet Cuts”, spettacolo che ho messo in scena su un testo di Marcello Walter Bruno; il fondale per “Nel Sangue” performance, che ho realizzato con Manolo Muoio, dedicata Rocco Gatto, il mugnaio comunista ucciso dalla ‘ndrangheta nel 1977 per non essersi piegato al pagamento del pizzo; più di recente ho partecipato come performer alla sua video-installazione “La decadenza dell’ultimo quarto”. Le illustrazioni che accompagnano le parole di Appunti per spettacoli che non si faranno, Raffaele ha voluto fortemente realizzarle dopo aver letto il testo, la mia richiesta era solo quella di creare un’immagine per la copertina, ma la sua proposta di accompagnare tutte le pagine con delle creazioni originali mi ha sorpreso e ovviamente emozionato. Il risultato ai miei occhi appare come un potenziamento esponenziale delle parole, un allungamento di orizzonti e di senso.

    NG: Chi ha scritto la prefazione dice di odiare le prefazioni, io amo le interviste se riescono a dare spazio alla vita di chi le accoglie. Se fossi tu a poterti fare una domanda, se potessi aprire ancora uno spettacolo che non farai e che quindi fai nella parola posata, non recitata, non spaziata, di cosa parlerebbe? Dove ci porterebbe?

    EO: Le domande che continuo a pormi sono dentro Appunti, gli spettacoli che non farò o che cambierò facendoli sono già dentro questo libro e negli altri testi che continuo a scrivere. C’è un mio monologo inedito che si chiama Non parlo dell’Italia, esiste, ha una parvenza di definizione, eppure sento che non lo metterò in scena nell’immediato, non so bene dire perché, forse perché mi provocherebbe un dolore troppo lacerante che ho già provato con

    ‘A Calabria è morta? E allora continuo a leggerlo, a sentirlo risuonare nelle mie stanze, a riscriverne pezzi. Mi interessa continuare a interrogare il mondo di adesso, le circostanze in cui viviamo, le paure da cui siamo attraversati. Sogno di scrivere un dialogo tra una donna e un uomo che non smettono di amarsi nonostante la realtà che hanno intorno sembra sgretolarsi ogni giorno che passa.

    NG: Nessuna ama è forse la pagina che ho più amato, il testo che ho più compreso. Ma qui siamo alle personali assonanza, forse perché è un testo esattamente maschile, ed io amo la convergenza sull’esistenza. Ci metto accanto ritornello 1, e ti porgo la parola rabbia. Noi ci conosciamo poco, ma in ogni nostro contatto che ci sia stato mi è invece arrivata una straordinaria delicatezza, di modo, di contatto, di analisi, di accostamento all’altro. Sento quindi come un’ospitale divergenza. Se dovessi leggerla, vedrei in essa la ragione di una scelta sul terreno della poesia per esprimersi. È un azzardo?

    EO: Forse la scrittura mi serve come esorcismo della violenza, della rabbia che comunque mi capita di covare dentro. Di fondo sono una persona piuttosto riflessiva, mi piace ascoltare le ragioni degli altri e discutere, confutare tesi o, quando succede, e non è raro, arrendermi a nuove opinioni che pensavo di non poter pensare. La poesia, la scrittura veloce, frammentata, le frasi saette, i micromonologhi è come se si servissero di me per aiutarmi ad avere una parvenza di controllo sulla vita. Non credo che potrei mai scrivere un romanzo, ci sarebbe bisogno di un progetto con fondamenta solide e poi bisognerebbe decidere i piani, gli spazi e troppe cose da nominare e concatenare, troppo controllo da esercitare. No, non mi entrerebbe/uscirebbe proprio in/dalla testa.

    NG: Azzarda con me: mi regali il titolo per uno spettacolo che farai, ad ogni costo?

    EO: Neo-Hero-In. A Woman Experiment. È già in lavorazione, nel prossimo autunno se le cose gireranno per il giusto verso… debutterà.

    (N.G, Roma, 22 giugno 2012)