Ph Nerina Garofalo
Model: Maria Minette Angela
Concept: Nerina Garofalo & Riccardo Vinci
#omaggio a Crepax
Il blog di Nerina Garofalo

Ph Nerina Garofalo
Model: Maria Minette Angela
Concept: Nerina Garofalo & Riccardo Vinci
#omaggio a Crepax

E’ del 2013 il bellissimo film documentario di Alina Marazzi dedicato al momento che attraversa la vita di ogni donna al passaggio dalla gravidanza al parto, e ai primi mesi di vita con i propri figli. In particolare l’attenzione si posa sulla sensazione di solitudine che può attraversare il passaggio dalla libertà individuale alla responsabilità duale, quando la vita delle madri viene chiamata a uno sconvolgimento radicale dei tempi, dei modi, del corpo e della relazione col mondo. Benché i vissuti siano individuali e differenti, la Marazzi, con la delicatezza meravigliosa che la contraddistingue sempre, tocca in questo film molte pieghe non viste, molte cicatrici non curate per tempo, e due cose bellissime accosta a resoconti di infinita tenerezza. Due frasi fondamentali per ogni esperienza di cambiamento radicale: saper che “i bambini son più forti di quanto non possiamo immaginare”, e, sopratutto: “tu hai potuto [star bene] perché non sei stata lasciata sola”. Anche qui, quindi, in richiamo a una attenzione sociale, amicale, di coppia, terapeutica, di cura e di prossimità ai vissuti delle donne. Un richiamo costante a una militanza nelle cose. La bellezza del sapere che qualsiasi sentimento ci attraversi, la prossimità all’altro, e alle altre, è una risorsa di infinita forza mentre possiamo sentirci molto fragili per tutto quello che ci cambia, sia pure per amore.

Tonia, (I, Tonya) di Craig Gillespi e “Un sogno chiamato Florida” (The Florida Project) di Sean Baker sono i due film che ho più amato in queste settimane.
Entrambi i film, ricchissimi di interludi poetici e all’interno di una narrazione durissima, attuale, maestosa ed epica, si posano con dolcezza e rabbia in una quotidianità straziata. Sono tutte femminili le figure che tratteggiano nei due film il tema terribile dell’esclusione sociale, della “vacatio legis” per le leggi del cuore, e del drammatico vigore del diritto sui sogni, spezzati e rotti da un sociale costretto. Nel rigore scaltro delle consuetudini ed usi (nel caso di Tonya), nel rigore socioeducativo vuoto d’amore solidale nel caso di Florida Project. Andiamo e basta
Madri devastanti, mariti maltrattanti, ossimori d’amore e solitudine tanta sono i fantasmi e gli agiti che attraversano la vita della pattinatrice Tonya, irriverente, caparbia, non amata per sempre, a cui qualcosa che non comprende ruba ogni volta un destino. Per darle poi occasioni che non riparano il sogno. Quel pronome nel titolo, la paroletta Io, è come un corto richiamo che si fa sempre non ri-detto.
Madri amorose e ferite, persino troppo conniventi, complici spezzettate di un quotidiano sottrarsi, nella miseria immensamente libere e immensamente sole, nel panorama americano ad un passo da Orlando, per la piccola stella di Florida (Project).
E poi bambine tra-vestite desiderose di svestirsi, di liberare nel tempo il loro modo e il loro tempo. Che è solo tempo che chiede un amore possibile. Che non sa dire, non sa gridare, la parolletta addiio.
Madri confuse per troppo amore, madri contorte nel disamore. Bimbe dai muscoli forti desiderose di andare. “Dov’è che andiamo?” chiede un amico alla piccola protagonista del sogno di Orlando. “Andiamo e basta”, meravigliosamente, risponde lei.
E noi, e noi dov’è che andiamo? Come ci prendiamo cura di tutto questo amore di ogni persona che non può? Come ci facciamo carico di tutta questa sostenibile esclusine sociale, che dura oggi come negli anni 90, e non muta forma, non perde il pelo né il vizio? Smettiamola di cincischiare, andiamo e basta. #politicamenteAvanti


“Le sue foto non è che vengono molto bene. Sono spesso mosse o un po’ storte. Ma lui non si scoraggia” (Maria Fida Moro, “Un uomo così” – Rizzoli, 2003)
*
Non so se la memoria sia un fatto più pubblico che privato. Credo di no, credo che sia esattamente in mezzo, come ben descriveva Paride stamane sul suo blog. Credo che ognuno sia, nella sua vita, la sommatoria sentimentale delle tracce, come se un disco contenesse i punti di passaggio, e dentro i solchi dicesse le narrazioni personali di ciò che accade nel mondo, fatto nostro. Se la dovessi scrivere, la mia, di lista dei passaggi, ci troverei quelli che sento oggi come ben più d’uno di 11 settembre italiani. Ci sono dentro a pieno titolo l’omicidio Pasolini, il delitto del Circeo, la Lagostena Bassi che difende da quel delitto d’ascolto che è il processo per strupro, ancora oggi. E poi c’è dentro Vermicino, e poi il delitto Moro, e poi quelle due inteviste di Zavoli a Moretti e a Bonisoli (nel mio personale ricordo una struggente vicinanza di cuore, nonostante la condanna razionale, a una disperante sconfitta, passata pure per il delitto e poi riconosciuta come colpa necessaria). E poi ancora il delitto che ha ucciso Valerio Verbano, la morte saputa molto dopo di Giuseppe Impastato, le morti di Guido Rossa e del fratello di Patrizio Peci. Ho costruito nel tempo, io che vivevo allora a Sud di Nessun Nord, venendo a Roma, un memoriale personale, che ho attraversato per non dimenticare, e per non smettere di pensare. E che a volte, tuttora, riattraverso. Ci sono dentro anche luoghi di gioia, che però oggi non trovano posto qui. Ne dico uno per tutti, quell’apertura bellissima del Nuovo Sacher di Moretti. Era dal quando ero piccola che attendevo di vedere una cosa bella così. Mi capita di ripassare per i luoghi, e ripensare, per questo è bello che ci siano segni nelle strade. Su via Caetani, nei giardini dell’VIII municipio dove incontro quei nomi (Leonardi, Rosaria Lopez) e all’Idroscalo. E ci sono quei luoghi della memoria collettiva che non metto di ricordare che mi rammentano: quel Moretti Nanni su Jarret, Bellocchio che titola Dickinson, Giuseppe Genna che scivola nel buco dai giorni dell’ira. E ci sono giorni che non passano muti, come quel 12 dicembre, quel 2 di agosto, e questo 16 di marzo. Ha ragione Paride, i nostri figli non sanno. e quando vogliamo che sappiano, aggiungo, dobbiamo fare come quando i nostri, di padri e di madri, ci dicevano le guerra: come mio padre quando mi diceva: portavamo tutti i vestiti rigirati, o mia madre mi diceva: ci costruivamo da sole la scarpe coi lacci, ed oppure: ero lì, me lo ricordo quel rastrellamento a via Rasella. Ecco, è così che ho raccontato a Cristian chi fosse Aldo Moro, attraverso zio maurizio, e me bambina che a casa di nonna, nei giorni del rapimento vedevo tanto silenzio e tantissime cose che passavano per gli occhi. Da una distanza familiare alle cose che accadevano dove i piccoli occhi non erano ma andavano e andavano. Così, di Moro, ho detto a Cristian, perché capisse bene il dolore e la tenerezza: era un amico del papà di Zio Maurizio, che è stato rapito e poi ucciso durante un periodo molto difficile e duro della vita Italia, un uomo di grande intelligenza, di grande tenerezza. Ti ricordi che te l’ho raccontato quando abbiamo visto quel film dove poi passeggiava per l’EUR, qui vicino, un mattino?
Ecco, io oggi me la vivo così questa memoria. Avevo 12 anni, facevo la terza media, e vedo sempre quella mano di nonna che prendeva il telefono grigio, in cucina, in una specie di grande silenzio, in quei giorni. O mio padre e noi, in soggiorno, mentre c’era una specie di diretta dal Lago della Duchessa. Perché un po’, a casa mia, ai veggenti ci crediamo. E quindi, dicevamo, chissà…

Model Antonietta Di Nitto
Ph Nerina Garofalo
Andromeda e Cassiopea

in “back”
Stay gold
Grazie a Riccardo Vinci e agli amici di InAutomatico Fotografia

Ph Nerina Garofalo – Barcellona, 2018

Mentre Riccardo la fotografa


Omaggio a Nobuyoshi Araki
Omaggio a Jean-Francois Jonvelle
Gates Away
Photodrawing