• Pre-sentimento di bellezza

    Al di là dalle molte cose dette e scritte su questo film, è la prima volta che mi accade, dopo moltissimo tempo, di trovarmi immersa in atmosfere, scenari fisici ed emotivi, suggestioni musicali e frammenti di dialoghi tanto stranianti e intensi da sottrarre la visione, e me, dal tormento del presente.

    Le due ore di immagini e di suoni, cinestesie e profumi che contengono e dipingono a pelle “Call me by your name”, di Salvatore Guadagnino, hanno la capacità ormai rara di estromettere  il trascorrere del tempo e riportare in primo piano una perenne ed intoccabile alchimia fra adolescenza e una precoce nostalgia del tempo, che credo abiti ciascuno nel luogo fortunato dell’inizio del sentire.

    E’ un film che innamorato t’innamora, e ti dilania. Che ti rimette a nudo nei luoghi di un passato su cui torni come fossi un assassino, eppure che ti nutre, ti rivela, ricompone. Forse soltanto quella prima parte del capolavoro di Leone ha questa stessa intenstà nel dire di schermaglie e amori che si infilano fra sguardi e balli, fra pianoforti ed indumenti. Fra i sedici e i vent’anni.

    Non so cosa ne pensino i cinefili,  io qui mi appunto quella sensazione immensa di essere stata riportata dove inizia il tempo di ogni tempo. Per ciascuno, per ciascuna.

    Come se intorno niente esistesse, niente vivesse, nonostante quel nostro sforzo di presente, di passato e di futuro. Dove c’è solo quel sapore che ritrovi nella pesca, nell’azzardo, nella danza che lascia fra il regalo e il danno, fra la ricerca e il perdersi dal bello immenso per rotolare nel tranello del coperto. E poi quel gioco così fitto, innamorato, che disappropria persino noi del nome, in nome di qualcosa che ci rende parte di noi stessi, ci svela, e ci deostruisce, per poi portarci a dire.

    Non credo possa dirsi che si tratti di una storia di uomini e di madri. Penso piuttosto che ci sia lì dentro quella vertigine che erotica e sensibile  trasporta. Dove confusi, o forse ben determinati, siamo tutti. Perché ci presentiamo,  e pre-sentiamo.

    Resta per me davvero il più bel film di questo inverno teso, triste, fatto di scontri  e senza sentimenti. Un film in cui noi siamo soli, innamorati, confusamente disperati e immensamente belli.

    E tutti e tutte, ovunque ci si trovi, o ci si perda.

     

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  • Un mondo di uomini

    E’ da ieri in sala il nuovo film di Stephen Spielberg, The Post. Quello che del film ho amato, più di tutto, più della ricostruzione commovente di rotative e redazioni, più dell’atmosfera coinvolgente dei luoghi per i quali passano battaglie forti per la democrazia, quello che io ho più amato è questa storia tutta specifica del femminile che viene raccontata, magistralmente, da una stupenda Meryl Streep, con la sua voce flebile, un po’ rotta (bellissima in versione originale), con quella la sua eleganza inappuntabile di donna di famiglia di successo, con i suoi party, quei pranzi e cene che la vedono da donna fare anche parte di Editore maschio, che narra, proprio in questi mesi, di quel qualcosa su cui tacciono, mi sembra troppo, le testate, le emittenti, e persino i movimenti a forza di #hashtag– E quel qualcosa sta tutta dentro quel racconto che vede lei, protagonista, assumere una vita dopo l’altra. Quella del padre, che a lei morendo preferisce suo marito alla guida del giornale, quella poi del marito, che nel bel mezzo di una ascesa si uccide, si “incidenta” come sussurrano in ambiente, lasciando a lei le redini di un luogo che ama, che fa suo, che sente suo, rispetto al quale può finalmente fare spazio a un modo: onesto, femminile, coraggioso. L’assunto, in questo film, mi sembra essere uno solo: per lasciar vivere una donna occorre fare fuori la parte che la “tiene”, la “mantiene”, la confina. Per tutto il film ci sono solo tre quattro figure femminili, e tutte e quattro erose da quel mondo/modo maschio di far le cose (protagonista, moglie del caporedattore, moglie del proprietario del Post, ragazza che lavora in studio con i legali del Governo). Perché di tutta quanta quella storia così grande (l’America, la guerra, l’insensatezza del pudore americano a riconoscere sconfitte), la vera storia che fa scuola è quella della donna a voce bassa, che per tutti decide di lottare: per la sua vita, per la sua missione in questa vita, per il suo amore per il suo giornale. Ecco che quindi, accanto a tutto questo dire di molestie, di un mondo del lavoro (che di spettacolo o di fabbrica si tratti) tutto centrato sul reprimere le donne, utilizzarle, e contenerle, forse noi si dovrebbe dir di più. Perché lo so che dire del sesso merce, dell’abuso, della violenza e del dolore per il corpo che ci viene chiesto consente a tutti di sollevare un velo, di denudare questo Re non solo a carnevale. Ma anche, rischia di far sparire tutta quanta quella complessità che era ed è la condizione femminile. Che è storicamente derubata, continuamente offesa. E che non sempre eredita uno spazio. Più spesso, deve tenerselo ben stretto, almeno quello che può essere vitale. Perché, se non è abuso diffidare della capacità del femminile di dire e dirsi, non so cosa lo sia. E non dimentichiamo, che è tutto un gioco a nascondere e mostrare, a fare perno sul desiderio del corpo e sul suo danno. Non solo quando si finisce in camera da letto. Ecco, io per davvero vorrei che lo vedeste in tante e in tanti, questo film, la storia femminile che c’è dentro resta abbastanza dominante, ancora oggi, e dappertutto un po’. Pensate bene alle compagne elettorali che vedete scorrere nei giorni che ci avvolgono, e riflettete. Riflettiamo. E rileggiamo Porci con le Ali,  che resta sempre un grande libro, come questo è un gran bel film.

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  • Benzina sul fuoco a Ebbing

    Tre manifesti a Ebbing, Missouri è un film del 2017 scritto e diretto dall’irlandese Martin McDonagh. Una sfinita dolcezza avvolge da sotto, e culla (nella ferocia del dolore l’insensatezza dell’odio, la necessaria vendetta e la speranza che sani) per intero il film. Dialoghi irlandesi che si fanno americani, che rinviano ad Egoyan e risalgono McCarty.

    La potenza delle domande, dirette e cruciali, e la sintesi foto/grafica che incide le frasi sono humus e senso dei manifesti che danno titolo al film. E che introducono nell’immobilismo di un oggi in cui ciascuno è accanto-nato la forza dirompente del sentire davvero.

    Sono domande che dis-velano il vero, una azione di coaching su un’impotenza indolente che offende la memoria di una perdita atroce. In visone notturna un amico ha scritto, dopo aver visto il film, è magnifico. E l’aggettivo è potente. Una piccola donna rende grande la potenza del dolore che erode inascoltato e irrisolto (magnus facĕre) e lo trasforma in occasione di re-visione esistenziale.

    Ogni oggi diviene necessariamente espressivo, e reclama e impone una revisione del sé, del qui. Del domani e dell’ora. Come un dolce domani una pastorale americana ci porta dove qualcosa esplode (la rabbia, la casa, la carta che brucia), e diventa occasione per ridare rigore ed, infine, soltanto infine, abbracciare e abbracciarsi.

    Un bellissima occasione di pensiero sull’autentico, di sguardo attento sull’amore. Se qualcuno ci narra, noi davvero esistiamo. Imperdibile, e davvero magnifico.

    Ogni volto nominato davvero.

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  • NINA

    Ph Nerina Garofalo
    Model Nina Orlandi
    MUA Daniela Argiolas

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  • Minette 1

    Model: Minette
    MUA: Patrizia Buzzi
    Ph Nerina Garofalo

     

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  • Boxing Genny
  • Le città che non abbiamo amato

    E’ da molti giorni che penso che, ancora una volta, le cronache dei tempi, ci disabituano alle sfumature e ci abituano all’accetta. I temi della molestia, dell’abuso e dello stupro sono temi dolentissimi, di fronte ai quali solo le elaborazioni soggettive possono dire e sentire davvero. Credo però che ci sia bisogno di salvaguardare la capacità di guardare le cose e punirle penalmente e socialmente con la misura delle cose. Mi chiedevo ad esempio cosa ne fosse del dolore dichiarato nel tempo da Maria Schneider per la violazione della sua capacità di “reggere” l’urto dell’opera d’arte che le ha cambiato la vita, oltre ad andare a costituire un capolavoro assoluto della storia del cinema. Dove la molestia e abuso potremmo, in senso lato, non penale, vedere nella non commisurazione dei gesti di creazione artistica alla capacità della persona che la rende possibile di esprimere quello che potremmo infine definire, un consenso informato e consapevole. Quante volte questo accade? Giorni fa girava sul web un video girato nel mondo del porno per il quale una ragazza, coinvolta in videoriprese di tendenza s/m, faceva la cagnolina. Una delle protagoniste si diceva raggirata, poco informata sulla natura delle riprese (per la verità piuttosto esplicite e poco fraintendibili), dicendo di essere stata coinvolta per un video che doveva essere “musicale”. Ora, io credo che si debbano fare distinguo profondissimi fra una avance inopportuna a una cena fra adulti, una pressione nel mondo del lavoro che colleghi una prestazione sessuale a ritorni o concessioni, situazioni in cui le persone adulte sottovalutino le conseguenze individuali e sociali di esperienze sul momento desiderate, e atti di violenza non commensurabile come lo stupro, lo stupro di gruppo, la segregazione, l’umiliazione con coercizione. E questo riguarda, tutto questo, le donne e gli uomini. E il mondo indifeso dei minori. Minori verso i quali non possiamo considerare nessuna forma di “consenso informato”, ma solo configurare un contesto abusante, perché non ci sono, per definizione primaria, gli estremi per valutare il danno, né per oporre resistenza. Eppure, complessità nella complessità, anche come adulte e adulti, siamo esposti, poiché non sempre, nell’adesso e nel tempo, siamo davvero liberi di dire sì o no. O fino a che punto. Ci vincolano desideri, bisogni, a volte impossibili autonomie. Ci vincolano sottoculture maschiliste e violente, e persino, a volte, modelli femminili avvinti alle logiche di sopruso. Ora, io credo che la storia di Kevin Spacey bambino, che solo nel suo intimo può essere conosciuta e guadata, non giustifichi, ma possa portare a guardare le cose alla luce di una diseducazione sentimentale dolorosa e compromessa. E che questo lo renda diverso, ad esempio, da un branco di adolescenti sequestratori e aguzzini che abusano ripetutamente di una disabile. La molestia esercitata ha caratteristiche e peso differenti. Non più ammissibile, ma da guardare nell’equilibrio delle sfumature. Altrimenti, finiremo per considerare gli stupri di branco alla stregua di una avance pesante, o di una richiesta forzosa. Non credo che il concetto di abuso, con le devastanti ricadute che ha nella vita delle persone, possa e debba essere esteso. Le luci della ribalta non aiutano la causa delle donne violate, dei minori abusati, degli adulti e adulte sottoposti a pressioni di natura sessuale e non nei luoghi di lavoro e nel sociale. Non credo che le denunce al produttore di Hollywood siano più importanti della denuncia della migrante che ha registrato il medico italiano nell’esercizio di una violenza inammissibile. Ho onestamente più tenerezza per la giovane migrante di quanta non ne abbia per chiunque, uomo o donna adulto/a si trovi in una situazione di ricatto esplicito, e scientemente decida di stare nel gioco. Pessimo gioco, pessima cultura del sesso come moneta di scambio. Che purtroppo può trasformarsi, e spesso si trasforma, odioso, in reato, in violenza diretta o indiretta, in qualcosa di orribile. Che lascia feriti, che disanima. E che deve essere contrastato e denunciato. Ma non vorrei che nel guardare le cose sotto le luci dei set e del mondo poco usuale di attori, attrici, produttori e aspiranti, ci si dimentichi dei “piccoli affari sporchi di tutti i giorni”. Non vorrei che la logica dello “stare in un sistema” anche soffrendolo diventi alla lunga una svista sulle realtà di quei sistemi, molto meno capaci di ritorno, in cui la violenza è nell’oscurità delle case e delle chiese e della scuole. Delle aziende e dei paesi che son anche città. Che non abbiamo amato.

  • Parla, mia paura– Il sentimento della relazione

    Ho letto un numero di pagine pauroso sul tema della depressione. La depressione abita nei cerchi limitrofi al mandala che non sono ancora, o forse sono in differenza di continuo, da tutta quanta la mia vita. Con la fortuna di aver avuto accanto (nelle persone del mio mondo) uno specifico e incantato modo, che alterna una bellezza folgorante, l’alone di una pace, la fitta del sorriso grande, a una malinconia incurabile, che non può essere toccata ma che reclama sempre la carezza dell’accanto. Fra tutte quante le pagine che ho letto, che ho cercato, che ho incrociato, queste dell’ultimo lavoro autobiografico di Simona Vinci mi è arrivato dritto dritto dove deve: non al cuore, perché la vicinanza al cuore è un impossibile. Più sotto, più dentro, più diretto, al centro dell’amigdala. Per la misura non retorica, per quella nitidezza dello sguardo, per tutta quanta la capacità di stabilire che la relazione è ancora e sempre al centro di una salvaguardia. Per l’ottimismo faticoso di una ragione che si nutre al sentimento del tempo, delle cose. Per quello sguardo politico sul non poter avere tutti il giusto posto dove portare il peso, o la paura. Per quella “ragna” di cui parla, per le parole sul saper essere madre senza pretesa di assoluto, eppure così forte, così salda. E per quel suo capitoletto su Venezia, sui giardini, sui luoghi di un ospizio che vorrebbe farsi carico, ma non sappiamo. Per la laguna in cui ho visto navigare una delicatezza così grande che si vorrebbe dare al tratto sempre. Credo che noi si debba leggerlo, questo librino così lungo a separare a fine di lettura, che si conosca o no quel tipo di inquietudine che taglia il mondo, a volte, completamente fuori dallo sguardo. E’ come una dichiarazione di prossimità, di vicinanza. L’offerta di una convivenza con qualcosa che non si può con-vivere. Ma che si può ospitare, confortare. Come si rifocilla quel pellegrino che non s ala strada, che fa Santiago tutti i giorni, in ogni luogo. Se io dovessi regalare, in questi mesi, un libro, per dire di come sia doveroso saper ricostruire la parola tra, lo sguardo tra, ecco, io sceglierei questo librino. Alla sua autrice un grazie, da sconosciuta a conosciuta per parola. Grazie di aver osato. Di aver guardato dentro, ma così tanto anche qui fuori, dove si incontrano gli sguardi Davvero qui, fra quelle pagine, non v’è parola d’odio. Senza che passi alcuna troppo ottimistica e potente ricetta di pensiero positivo. Di positivo, la bellezza della storta che prendiamo camminando, del passo che perdiamo, dell’autobus che a volte non possiamo prendere.

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  • Nerina guarda Genny

    Model Genny Silvestrini
    MUA Daniela Argiolas e Claudia Hawkeye
    Master Alex Comaschi
    Ph Nerina Garofalo

    Grazie a InAutomatico Fotografia e grazie a Riccardo Vinci

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