Appunti esTemporanei
Il blog di Nerina Garofalo
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Elle, di Paul Verhoeven (2016), non poteva che esser cucito a pelle sul viso e il corpo di Isabelle Huppert, forse l’attrice vivente più vicina al portare su di sé la bellezza del tempo passato e futuro senza curarsi del presente. Accanto a lei mi vengono alla mente soltanto le francesi Deneuve e Ardant. Il film, che è stato presentato in concorso al Festival di Cannes 2016, è un adattamento cinematografico del romanzo del 2012 “Oh…” di Philippe Djian (autore anche di “37°2 al mattino, Betty Blue”). Vederlo, in giorni contraddistinti dal martellare mediatico su cronaca e disastri di una strategia della tensione più dura che mai, è stato benefico, salvifico. Il film ha al suo interno una attenzione costante al potere, anche benefico, delle ambivalenze, la capacità di salvaguardare equilibrio e benessere in mezzo al guado sapendo scendere nella relazione stretta che fra bene e male, attrito e carezza, colpa e abuso, senza sconti a nessuno, se non alla capacità individuale di sopravvivere, infine, anche potendo curare, restituire una dignità a se stessi e all’altro in qualsiasi difficile estremo ci si trovi. Fa bene il cinema alla nostra ormai sterile tendenza a tagliare con l’accetta invece che a segnare ogni più piccola e in sé preziosa sfumatura.
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Workshop del 19 luglio 2017
Nerina Garofalo Ph
InAutomatico Fotografia
Model Tabata
Master Giancarlo GicaGrazie a Riccardo Vinci per l’aiuto constante nel rapporto con la fotografia.
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E’ solo la fine del mondo– Mi succede spesso, a un certo punto dei percorsi di personal coaching, di sentire che c’è un libro, o un film, che può essere una chiave di volta per aprire l’orizzonte di una consapevolezza più ampia di quello che la persona si sta dicendo. Ultimamente questo mi è accaduto, a proposito di ascolto non giudicante, a partire dal film “E’ solo la fine del mondo”, film che avevo visto da poco e amato molto. Le immagini struggenti, e la dolorosa rivincita del silenzio sulle parole, e delle parole sul silenzio, costruiscono, nel film, una proposta assai difficile da tener fra le dita eppure straordinariamente pertinente. Dire la vita, dire il dolore. Mettersi in ascolto e riporre le parole. Non forzare, non forzarsi, sforzarsi e ospitare. Ospitare l’impossibilità, a volte, del dialogo, e sopravvivere a questo con moltissimo amore. Se c’è un film che conservo, di questi mesi, è questo. #ascoltaminongiudicante
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Uno dei libri che ho letto con maggior piacere in questi mesi, per la delicatezza, puntualità e profondità del domandare, prima ancora del dire, è il saggio breve che Simonetta Putti , Valeria Bianchi Mian e Silvana Graziella Ceresa hanno pubblicato non da moltissimo a latere di una ponderata ed equilibrata riflessione esistenziale e politica (in ottica analitica) a partire dal tema della gravidanza per altri (Utero in anima, Lithos, 2016).
Premettendo che anch’io ho una difficoltà a denominare qualcosa che non è ancor compiutamente delineato nella mia percezione etica (poiché è vero che il nome è il luogo dell’accoglienza e del riconoscimento di ogni cosa o persona nella nostra realtà sia soggettiva che sociale), scelgo questo fra quelli possibili perché contiene il vero nucleo dello spostamento di senso che questa pratica medica ed economica introduce nel flusso di generazione, accompagnamento alla nascita, percezione di sé nel femminile e maschile e, infine, nella vita intra ed extrautero della persona che sarà “poi” nata.
Accompagnate nella loro restituzione pubblica di un pensare collettivo dalla bella prefazione di Francesco Montecchi e dalla ricca Appendice di Erika Czako, le tre analiste di area junghiana pongono con grande coraggio, fuori dal pericolo della classificazione sterile e delle facili etichette, la questione di una vitalità e mortalità personali, assolutamente umane, in qualche modo forzate dalla tecnica e dalla esasperazione dei desideri di salute, longevità, benessere e fertilità come luoghi di una scommessa onnipotente.
Scommessa capace di ridefinire il sentimento della persona, nel suo femminile e parimenti nel maschile, nel proprio andare ad abitare mondi, ed ancor più questo specifico mondo nel quale, storicizzati, ci troviamo residenti.
Quale che sia la ragione intima del nostro pensare, credo davvero valga la pena arricchirsi nell’ascolto di una così accogliente culla di riflessione, un luogo madre capace di ospitare i pensieri più scomodi, prima di arrivare a comprendere se e come, su questioni così controverse e delicate, si possa arrivare a un pensiero operante e definitivo.
Per quel che mi riguarda, una scelta su questi temi, in nome di una ragione, non è facile fare. Credo di essere destinata ad abitare, in questo senso, un continuo e inesausto domandare a me stessa e fuori.
Come madre adottiva, come donna che ha desiderato l’accoglienza di una maternità non biologica come maternità privilegiata nella mia storia personale (scelta, desiderata e vissuta, con un profondissimo sentimento del vero), mi interrogo sul tema del dare la vita, della procreazione, della genitorialità, del corpo, della maternità, del senso e dell’istinto pressoché di continuo.
Ma sempre, nonostante le asperità di una rivisitazione dei concetti di presente, passato, memoria, tempo, istinto e cura, con una felicità immensa. Come portatrice di un dono che mi viene da un’altra vita, ma anche, e purtroppo, da molto dolore. Una vicinanza e una felicità che nascono da una separazione e da una perdita. Da uno strappo.
Ci confrontiamo, noi tre, con una precisa consistenza familiare, col dover spesso fare i conti con lo sguardo “altro” su tutto questo. E lo sguardo è in qualche modo uno sguardo giudicante. Benevolo, assertivo, complimentoso, ma quasi mai naturale, immediato, senza domande e neutro. Mentre noi, continuamente vorremmo (credo), ospitare la naturalezza di una sfera che è solo nostra, e chiede e dice il diritto ad esser visti e riconosciuti per ciò che siamo ogni giorni: un padre, una madre, un bambino che è ora un meraviglioso ragazzo, che è nostro figlio. Non nato da noi, ma che ci ha fato nascere (a prezzo di molto dolore suo, in una una inversione nella narrazione del parto) come genitori adottivi ed accolti. Riconosciuti. Nessuno, più di nostro figlio, opera questo riconoscimento, prezioso e dolcissimo, ogni giorno.
Ora, perché pongo questo accanto alla ricchezza ospitante del pensiero di Simonetta Putti e delle sue colleghe e colleghi.
La gravidanza per altri, a differenza della procreazione eterologa, introduce un tema di non semplice risoluzione. E il tema, mi sembra esser quello dello strappo. Per quanto consensuale nella madre ospitante, pur sempre esistente, con ricadute inconscie non prevedibili, e per certo non consensuale nel feto che diviene bambino per nascere, infine in una trinità sin troppo umana. Sterilizzata, deprivata del concetto di perdita dolente, ed economicamente gestita.
La trinità che vede in gioco una donatrice di ovulo, che può essere in alcuni casi la madre terminale nel processo di procreazione, una seconda madre che alimenta, e vive, la gravidanza (con il suo indotto di linguaggi ed esperienze corporee ed interiori), e a suo dire dona, restituisce, consegna (a un padre, due padri, due madri, un padre e una madre) ritrovati o incontrati al momento della nascita. Non toccati dal percorso inter-medio nel corpo, ma molto toccati, penso, emotivamente, dal desiderio e dall’attesa che si compie altrove, e responsabili della migliore genitorialità possibile per il bambino, la bambina, i bambini che nascono.
Lo strappo, gli strappi, le separazioni, delle quali solo i singoli nel tempo sapranno dire e potranno sentire, sono vissuti e si esprimono per volontà precisa di tutti i soggetti coinvolti, ad eccezione dei bambini. A cui viene data la vita, con molto amore ma anche, come le tre analiste sottolineano, con un sentimento di opposizione al riconoscimento del limite della specie (biologico, di genere, per condizione di salute), che in qualche modo rende più dipendenti, e meno liberi, nel percepirsi come persone nella propria specificità situata. Nella nostra fragilità, e ricchezza, delimitata dal possibile e dal non possibile.
Il possibile della scienza e della tecnica, trasforma. Senz’altro arricchisce, ma quando non snatura, e destoricizza, non modifica qualcosa di costitutivo: il sentimento del tempo, e dell’identità. Ad esempio dei bambini così nati. A questo, andando ad aggiungere un dato ulteriore che rende questa società sempre più connotata dalla dipendenza dal denaro, come risorsa per disegnarsi nel perimetro della propria esistenza.
Denaro ricevuto, denaro speso, risorsa investita, felicità acquisita come bene materiale. La materialità della relazione genitoriale esce dal flusso desiderio, unione, procreazione, gravidanza, attesa, trasformazione dei corpi, andando a restituire una vita che ci viene ri-consegnata in un contratto di neutralità che temo anch’io sia solamente apparente.
Ho alcuni amici che sono diventati genitori attraverso la gravidanza per altri con l’ausilio della donazione parziale (di ovuli o di sperma), e non dubito del fatto che possano essere genitori meravigliosi. Nel loro desiderio, nel loro progetto, c’è la conquista di una genitorialità a fronte, ad esempio, della omosessualità della loro coppia, che è anche, contestualmente, una genitorialità connotata da una identità di genere che si duplica su una funzione che forse sarebbe non so se migliore o peggiore o soltanto differente se fosse quella storicamente accolta del binomio (vissuto anche come valore) di femminile e maschile. So, ad esempio, che il nostro essere come coppia favorevoli, tendenzialmente, alle adozioni per le coppie omosessuali, questa nostra opinione ha trovato e continua a trovare in forte e motivato disaccordo nostro figlio.
Anch’io che ho letto, come chi ha scritto nel saggio, non ho certezze, né opinioni irrinunciabili, ho soltanto esperienze a cui fare appello per comprendere. E per ascoltare. Non giudicante ma desiderosa di capire.
Esperienza del valore del sé, dei processi di individuazione, della trasformazione che viviamo quando esistiamo, e per “come” esistiamo. Solo questo può guidarmi quando devo intervenire, come cittadina, ed esprimermi, sul terreno della legislazione e del diritto. E, accanto a questo, un sentimento etico e politico, che fa sì che io legga la con-vivenza come contraddistinta da occasioni di libertà e da occasioni di dipendenza e costrizione. Da facilitare o sulle quali quanto meno riflettere. Se una cosa imparato è che nella complessità dei vissuti non ci sono idee progressiste comunque giuste, ma piuttosto possibili dialoghi che comprendano le ragioni e i sentimenti delle persone.
Alcuni miti sociali, come quello della consanguineità, e alcune categorie (come una sempre troppo diffusa dimensione classista dell’esistenza sostenuta dalla dispari distribuzione delle risorse) mi guidano ad agire. E a votare pro o contro, a volte forzando su convinzioni che non sono in quel momento del tutto definite.
Credo che la genitorialità possa essere indipendente dalla consanguineità, ma che la storia temporale che vede vivere insieme madri, padri e figli sia una esperienza che rende specifiche le vite. Credo che ogni risorsa della medicina, della scienza e della politica debba essere al servizio di tutti, e non passare sulla pelle di nessuno. Credo che una possibile esperienza del bene interno sia la consapevolezza di quello che “noi” siamo. Una identità soggettiva con cui conviviamo ogni giorno rendendoci forti se sappiamo valorizzarla e volerla (come identità compiuta e significativa), senza dover trasformare la nostra fragile e per ciò stesso potentissima occasione di persone, umanissime, che “si vivono” e si “ascoltano” per quanto finite e non onnipotenti. Nei limiti e nelle cose che non sappiamo, e che non siamo. E noi non siamo, e qui mi trovo perfettamente accolta dalla riflessione del saggio, né immortali, né onnipotenti, né indifferenti alla nostra storia e alla storia.
L’invito, davvero caldo, è a leggere, senza pregiudizio, questo libro, Non potrà che arricchire, e lasciare un sentimento, profondamente bello, del sentirsi visti come persone. A partire dalla diversità come risorsa identitaria.
A chi vorrà, buona lettura. Alle autrici tutte, un mio profondo, davvero sentito ringraziamento per l’occasione per pensare con loro leggendole, e in modo così decisamente libero.
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All’incrocio esatto fra significante e significato troviamo la voce di Silvia Molesini, poetessa in vita a Costermano, venuta il luce a Bussolengo nel ’66. Quest’anno, ci regala, di Silvia Molesini, Mazzo di fiorellini, per Oèdipus, e noi con questi fiorellinii ce ne andiamo, come si va quando si coglie, e si raccoglie in vaso piccolo, perché la casa ci conservi vivida una luce d’incontro, sebbene ci sia un taglio, e uno sradicamento […] Leggi su Samgha l’intera recensione.
(Grazie alla Rivista bella che ospita la mia nota di commento )
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Se c’è una donna che mi emoziona, e mi erotizza, quando scrive d’amore, è Barbara Giuliani. Nel novembre scorso è uscito Cloroformio, una raccolta di poemetti in prosa, direi io, forse un romanzo in versi sull’amore, in cui l’amore è verso tutto quello che così possiamo dire, denominare, sussurrare. Se dovessi fare oggi dono di un libro ad un amato/a, ma oggi è un incidente di percorso sul mio ritardo a scriverle di quanto lo abbia amato questo suo, è Cloroformio che donerei.
Barbara canta, ha la bellezza fluida di una metrica che si determina nel flusso, è viscerale, femminile, incauta e tonda. Come la Sexton. Sa ortogonalizzare mentre centra, si srotola su te che leggi, come se fosse per davvero zucchero filato; e filo delle spine nel concentramento, ma senza morte. Come se lei esorcizzasse.
E’ un libro, Cloroformio, che meriterebbe di esser letto a voce, radiofonico, notturno. O sciolto come perle quando si inciampa e il filo perde, diventa terra, e questa trema. Di colore. Bianco.
Ecco, c’è molto che si potrebbe rintracciare nell’infinito delle allusioni a citazioni, un tempo che può stare fra ’50 e questi d’oggi, ma sempre attenta a dove cade l’ultimo suo accento. Domani, penso. Per questo libro così bello, mi piace che ci sia San Valentino a dirne sul mio blog, e insieme quel ricorrere in altrove di un’altra donna che monologava lì in America (Monologhi della Vagina, erano quelli, e sono).
Ognuna ha una sua voce. Quella di Barbara è perfetta, non sbava, a meno che non morda come il cane venuto dall’inferno, e Buk, la chiamo io, perché ha qualcosa di Bukowski. E non so dire esattamente dove, ma è come un neo che rende unica la guancia. Un neo maschile in una forma di scrittura così femminile da far dire che è come fertile in ruscelli.
Bravissima. Io spero che la prenda l’editoria che poi fa il giro nelle librerie dove si capita. Mi piace immaginare che la sua gioia (del dire, del cantare) e quel suo saper piangere le sillabe se mancano, possano darsi per contagio.
Se per amore, oggi o domani, io lo volessi portare, un libro, a qualcuno fra le dita , io lo farei con Cloroformio.





