• Grazie di cuore a Giulio Gasperini per la sua bella e acuta recensione al Taccuino

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    http://www.chronicalibri.it/2015/11/una-parigi-riconosciuta-con-altri-sguardi/

    La distribuzione del Taccuino è a cura dell’Editore, che può essere contattato all’indirizzo della Redazione.
    Per le altre Pubblicazioni che Gilberto Gavioli ha scelto per il catalogo della sua casa editrice,  val la pena di far un giro attento nel sito delle Edizioni del foglio clandestino.

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    La legge del mercato è credo il più bel film che abbia visto di recente sulla relazione fra persona e lavoro. Per la regia di Stéphane Brizé, esce nelle sale nel 2015. La storia, del tutto ordinaria, è quella di Laurent che a 51 anni si ritrova a cercare lavoro. Come tanti di noi. Uno straordinario Vincent Lindon (premiato a Cannes come  miglior attore) ci restituisce per un’ora e tre quarti, sempre presente a se stesso, la somma delle emozioni, dei sentimenti e dei pensieri di Laurent senza che sia nemmeno necessario palesarli nei dialoghi.

    Ogni più piccola e articolata valutazione di cosa sia diventato il lavoro è lì, senza pietà svelato, nel corso degli eventi minuscoli della vita di Laurent, che ci avvolgono nella spessa materia del bisogno quotidiano accostato alla non appartenenza a un progetto di mondo che passi sopra le persone e le trasformi in procedure. Casi di studio, role playing e società di placement asserviti alla logica delle formazione continua come risposta parassitaria a una società che non riesce a pensare il lavoro né in modo antico né tantomeno in modo nuovo.

    Sono davvero molti i film che hanno portato nell’ultimo decennio un contributo ben preciso al disvelamento alla solitudine grande che stiamo disegnando intorno alle persone, penso solo a titolo di esempio agli italiani Il posto dell’anima e Giorni e Nuvole, ai francesi La vita sognata degli angeli e al più recente Due giorni, una notte. E penso anche a quella piccola meraviglia che è L’età barbarica di Denys Arcand.

    Se però questo film di Brizé mi colpisce in modo del tutto particolare, quanti insostenibilmente, è per quel riferimento forte, non eludibile, alla distanza oramai incolmabile delle agenzie di placement e di formazione continua dalla verità del dolore personale di chi perde il lavoro e non può ritrovarlo se non al prezzo di una dimora spinosa (in un mercato del lavoro che da un lato esprime regole di contrattazione e vissuto inaccettabili, e dall’altro fa sopravvivere parassitarie esperienze di formazione e consulenza che non sono capaci di aiutare davvero, all più capaci di generare un mercato per se stesse).

    Ora, avendo per oltre 5 lustri dedicato la mia vita a capire come pensare il lavoro e le organizzazioni e la formazione degli adulti in termini di possibile intervento per il benessere e il miglioramento delle opportunità, un film che così puntualmente, senza troppe parole (ma senza che sia possibile confondersi in ambiguità), palesa la sconfitta sociale e politica di questa missione, non può che arrivare come la rappresentazione (chiara, solidale al dolore e all’inquietudine, e ineluttabilmente vera) a molti pensieri che da qualche anno sento premere sul mio io professionale.

    Fra pochi giorni si svolge a Milano il Convegno nazionale dell’AIF, l’Associazione che in Italia da sempre raggruppa la comunità scientifica e professionale dei Formatori, e che ha svolto nel tempo una attività di osservatorio e di riflessione impagabile. Moltissimi e più anziani colleghi hanno contribuito a portare in Italia e fuori un contributo ricchissimo alla individuazione di un perimetro etico di partenza per chi si confronta con i vissuti dei lavoratori, delle lavoratrici, e delle imprese, nel privato e nel pubblico, che consenta di agire la formazione come opportunità di rispetto del lavoro e delle persone, possibilmente tenendo conto della priorità umana sempre indiscutibile.

    Il titolo del convegno annuale è Liberare la formazione per generare possibilità. Non mi sarà possibile ascoltare i colleghi a Milano, ma penso e spero che si tratterà di una occasione concreta di riflessione non solo sul mercato della formazione, ma soprattutto e prima di ogni altra cosa sull’identità del formatore in un mondo in cui vien meno, sempre più velocemente, l’identità di chi lavora. E, temo, l’identità del lavoro.

    Rivolgo qui l’invito, a quanti saranno relatori o partecipanti a Milano, a non sottovalutare il rischio della distanza della nostra professione dai vissuti e dalle trasformazioni traumatiche che mai come oggi toccano chi lavora e non lavora. Vi esprimo qui un invito ad un pensiero autentico, epistemologico e politico per la costruzione e ri-costruzione di una prospettiva professionale centrata sulla persona e sulla dignità del lavoro e non alienabile a un formatore.

    Bello sarebbe che qualcuno portasse la prima mezzora del film in visione, al posto di qualsiasi discorso. Raramente ci è stata offerta, come in questa pellicola, una testimonianza di valore e disvalore di molti modi di essere formatori consulenti e fare consulenza e formazione.

    Personalmente credo, da un po’ di tempo, che questa forma autentica di riassetto della figura professionale vada cercata davvero con un atto forte di presa di distanza, presa di distanza da progetti e modelli d’intervento che sono asserviti alla Legge del mercato e hanno dimenticato il valore dell’uomo e della donna. E il valore del lavoro.

    Con l’augurio migliore di buon lavoro a voi colleghi e colleghe tutti, in rete e fuori confine, mi permetto di ribadire l’invito: andiamo a vedere tutti questo film, e togliamoci con Laurent la tenuta da lavoro, uscendo fuori.

    Anche riprendere la propria auto in un parcheggio può essere bellissimo, se si percorre lo spazio il più possibile liberi da una formazione che si vuole asservita alla Legge del mercato.

    CONVEGNO-AIF-2015-800

  • Ho ricevuto molti mesi fa in lettura, dall’autrice, Stanze con case, di Letizia Dimartino. Nata a Messina nel ’53, vive a Ragusa ed ha al suo attivo un gran bel numero di raccolte. Mi scuso con Letizia per il tanto tempo che ci è voluto a prendere lo spazio per dar conto a lei, innanzi tutto, di una lettura che è stata fatta subito, ma rifatta nel tempo alla ricerca di un filo che sentivo forte e netto ma non coincidente con quanto espressamente la nota introduttiva (a cura di Gabriella Sica) rimandava a me lettrice.

    Questa sua Stanze e case, così convulsa nelle Stanze, così più ferma nelle Case, ha il tratto bello e denso della scrittura in prosa. Senza che in questo ci sia alcuna diminutio. Ci sono case e stanze e anime e ritratti, ci sono versi di preghiere e girotondi che si fan da soli, e sembrano dervisci. C’è pieno e dolorante lo sguardo infante della piccola Letizia, che si dimena fra quei mantra, e le magie, e le rabbie. E sembra quasi di stare sul quel percorso di scrittura che spesso si accompagna all’uso del lettino. Come una verbalizzazione in chiave lirica di tutto un lungo ed irto percorso di ritorno, dal verbo alla parola, e alla parola per tornare al verbo, senza che ci sia luogo fuor dall’uscio.

    Incontro ricco, questo, con la poesia di questa donna che scrive come se sognasse, con quel tempo scandito dalle claustrofobie spesso infinite che hanno i sogni. Come se non ci fosse fuori che abbia senso. Ci sono morti, e sparizioni, e invocazioni. Ci sono bende, occhi segnati, perdite e poi letti in cui si nasce, non si nasce, ci si addormenta ci si incontra. Uno dei versi più potenti ne richiama il senso nel letto che si eredita e si abita nel dopo delle stanze.

    E’ la sola raccolta di Letizia che ho incontrato ad oggi, ma le sono davvero molto grata. Per averla inviata a una lettura che ha sentito la traccia di un percorso, del quale stento a dire perché lo sento in quell’azzardo di lettura che è sempre lì dove le pagine incrociano il lettore.  Un percorso che va di stanza in stanza, come si fa quando bambini rigiriamo anche per ore sul bordo dritto di una mattonella, e quell’andare è un pregare e un benedire, chiedere aiuto e fare di ogni immagine quell’Angelo che ancora non sappiamo se riporti in salvo, e come, e dove.

    Si legge come si sta di fronte a un nastro, bianco nei capelli, che si veda scivolare nelle forme del vento, quasi che la bambina piena di parole nelle stanze potesse trasformarsi in aquilone quando compare nelle Case la finestra, e per la prima volta è aperta. Un fitto andare che non va se non per porta, da camera in salotto, con la cucina che trabocca. Scrittura femminile ed ospiti maschili in mente aperta, come se solo lì potesse darsi una salvezza, un’ancora, un appiglio. Per colpa, per mia colpa, per mia grandissima colpa, recita la preghiera e noi con lei in letizia. Quasi che il nome illuminasse la forma del tormento, spegnesse un po’ la rabbia che tormenta noi bambini.

    Non so sir altro, di una lettura che mi ha toccata nel profondo. Come succede quando si accede a un testo del rimosso, come sbirciando nel percorso di qualcuna che ha abitato, un pochino, accanto al nostro. Verso che sembra coinquilino a una ricerca, che da diario passa in verso e approda, infine, proprio vicino ad una stanza che sappiamo, e a un letto che sappiamo essere stato un poco nostro.

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  • Io e lei è un film delizioso. Misurato, intelligente e onesto. Una Ferilli incantevole, la Buy che interpreta un personaggio per nulla simpatico con autoironia. Le due attrici più belle del solito, forse per lo sguardo della regista capace di carpire una luce. Ci ho visto dentro le storie di persone che amo, è una sensazione di tormentata leggerezza che ti fa respirare nonostante i temi legati a riconoscimento e distacco. Una sala deliziosamente complice di una delle battute più autentiche della sceneggiatura pronunciata dal primo marito di Federica che confessa candidamente di non essere stato geloso della relazione della ex moglie perché in fondo l’idea di due donne che si amano resta eccitante e non minacciosa nell’immaginario maschile. Molto contenta di averlo visto, e di averlo trovato così delicato.image

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    Ci sono letture che ci attraversano su più piani, e quella che ho potuto fare (grazie alla cortesia della sua autrice) di “Tra ponte e selciato – Ventisei temi per mia madre” di Marina Agostinacchio (così delicatamente illustrato da Paola Munari), è una di queste.

    E’ una raccolta tutta in orizzontale, umanissima e piena di vento e odori, di filettature di corpi e umori, e fluidi e ampolle, questa raccolta di Marina. Sin dalla scelta grafica, che dilata e attraversa i testi con gli acquerelli delicatissimi che li sussurrano in altra chiave, lenta arrivando a far percepire, in stretto e fermo contatto, la posizione del corpo.

    Posizione che è già nel testo quanto nella relazione, questa relazione fittissima che fra madre e figlia riempie il tempo loro (e nostro) di note e note. Eppure invita, chi legge, ad un piccolo, coraggioso, delicatissimo ergersi, di una bambina che sente infine un liberatorio stupore nel corpo adulto e segnato, e con-segnato alla vita.

    Sono tutte quartine, con la sola eccezione di una quartina che si apre in due distici, proprio lì dove dice che “scintilla il seme”.

    E percorrono adagio, anche qui con assonanze all’orizzonte del piano, la corrente degli affetti e del legame materno/filiale. Porta in seno, e dal seno consegna, tutto un universo di significati e letture, di apprendimenti del giorno, minuscolo e incerto, e di preziose consegne che si sanno fare esistenziali.

    Una scrittura femminile su una narrazione di donne, due donne specifiche, non sovrapponibili ad altre. Eppure rese capaci, dalla perizia dei versi, per nulla retorici, per nulla pesanti, di toccare tutto il perimetro di molte storie personali. Nel mio caso, addirittura di evocare, in sussurro, il grido di alcuni personali fantasmi. Di questo, in privato, dico grazie a Marina.

    E’ una raccolta che meriterebbe di esser portata in lettura, non solo privata e rispettosa nel confine dell’occhio, ma anche narrata sul confine spaziale che ci fa condividere, con i suoi versi accostati a quei seni marini, che sanno essere culla, alimento e ferita, e persino terrore. Messa in mostra perché possa, orizzontale, respirare, E’ così che nei versi si fa strada una madre che sa farsi compagna, che si posa sul corpo per dire del dopo.

    Dopo ogni cesura un verso nuovo, senza nessun inciampo.

    Sono appena reduce da una seconda commossa lettura, fatta in questi giorni sul finir dell’estate. La prima era stata all’inizio, quando l’incontro con questa autrice è nato. Non a caso, in qualche modo, attraverso Gianmario Lucini. Le persone che hanno una luce dentro sono capaci di generare incontri anche quando non sono, nel corpo, accanto a noi.

    Ed è stata una lettura, ancora una volta pienamente commossa, ancora una volta delicata e ricca e bella. E’ stato come vedere, nel femminile del modo, quanto ancora la poesia femminile sappia essere generatrice di vita nel dire la perdita, nel dire la morte.

    Oltre a pensare che sia un lavoro poetico denso e nuovo, non ostacolato dal tremore della morte ma laicamente pieno di sentimento di vita, credo anche che, come donna figlia di donna, ci son molte donne che hanno incontrato la parola seno nello stretto di cure e ospedali a cui mi piacerebbe arrivasse. Con tutti quanti i suoi colori dentro, e con la grazia davvero bella di ogni singolo verso di Marina Agostinacchio.

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    Ho portato “Floppy” di Barbara Giuliani con me, fra i pini. Questo piccolo libro di poesia, confezionato con la cura degli adolescenti, geniale nel titolo e nel formato, adorabile nella dedica e nel suo essere in 30 copie inviate dall’autrice per posta (mi ricorda la bellezza de “l’ammasso” di Gianni Priano), è un monile a tutti gli effetti. Si indossa a pelle, come insegna uno dei suoi canti, anche sotto la doccia, sveste e riveste la parola amore nelle sue moltissime accezioni, e conserva su supporto rigido e portatile, e inaccessibile oramai, qualcosa di sacro e di intoccabile che ha a che fare col passato e contraddice la dedica tutta densa di orme del futuro. È un poemetto imperdibile, forse una delle più belle “cose” che ho visto vivere nella cassetta postale di casa mia, vivissimo ospite inatteso e benvenuta bellezza. Dovrebbe, questo librino amoroso, essere almeno in una copia in forma di installazione per il museo del presente.

  • Ho finalmente visto ieri Violette, il film di Martin Provost dedicato alla scrittrice francese Violette Leduc, amica e inquietamente innamorata del Castoro. L’intensità che Provost e una stupefacente Emmanuelle Devos restituiscono alla storia tutta femminile di Violette va a rimarcare, nella mia mente, una serie di osservazioni e annotazioni interne che in questi mesi si fanno via via stringenti, sul femminile, sul diritto alla sua affermazione, sul diritto a vivere delle propria ricerca. La quarantenne Violette, fotografata magnificamente nel film, porta con sé, nel quotidiano, una sommatoria dolente di eventi personali e di genere: non riconosciuta dal padre, sovraesposta alla femminilità della madre, incautamente e candidamente posata sin dall’adolescenza in una accolta e libera omosessualità affiancata a una precisa lucidità  di relazione con il maschile e le sue forme affettive, ironica e struggente nel suo non capacitarsi di un universo omosessuale maschile che la esclude non includendo i suoi gradi di sperimentazione esistenziale, è una donna intensissima e esposta, quasi votata a lasciar che l’esterno la ferisca nel suo essere radicale, arrischiante e persino esagerata per incanto. L’esperienza traumatica della gravidanza non voluta, a cui segue un aborto, l’innamoramento (senza parola che le ritorni) per il Castoro e la sua certezza nel mondo, prendersi cura di sé, ed osare per dire, fanno di Violette lo strumento del dire che non si prende cura però delle parole che, intese, sono troppo forti da portare e da dire. A veder vivere la Violette nella lettura che ne dà coppia Provost-Devos, non si può non sentire l’atroce attualità della storia che la coppia attrice-regista ci porta: l’orrore economico dei tempi di guerra, la splendida avanguardia di un dire filosofico che si fa aperta in letteratura e trabocca, la capacità tutta di genere di rischiare la pelle, la condanna al trattamento mentale di una stanchezza in esistenza. La solitudine di chi ha corpo e dice corpo, la solitudine più forte che condanna l’omosessualità femminile molto più duramente di quella maschile anche oggi e anche qui, in questa terra di confine che noi tutti, non volendo e penando, viviamo. Grazie quindi, Leduc, per essere ancora una voce che conta. Che dice e che vince. E grazie a Provost, che la canta d’incanto.

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    Ho visto finalmente, giorni fa, la giovinezza– vedendo Youth, di Paolo Sorrentino, L’ho vista come può vederla chi compie, a breve, 50 anni. L’ho vista scorrere fra rughe e dighe, nel perimetro un po’ incerto nell’immenso di montagna, di quell’Hotel del Sud Tirolo. L’ho vista dolce, irrompere per tatto sulla pelle, esercitarsi alla play station, vibrare nell’illudersi di avere specchio in una mente che si addentra e in una che dirada, nel cerchio steso a letto. L’ho vista fremere fra dita che si stringono su carta di Rossana, inerpicarsi su una passeggiata come fosse una scalata, appendersi a domande. Stare nel sonno accanto al sogno, dimenticare il sesso e ripescarlo travestito da contesa, da gioco da ragazzi. L’ho vista femminile, ridetta dallo sguardo maschio. L’ho vista che brillava sotto gli occhi. L’ho vista stare nel futuro che si dice, nel non voler vedere. L’ho vista fatta di promesse ad ora tarda, esecuzioni che riaprono e sconfessano e accarezzano. L’ho vita nella perfezione dentro a un’altra perfezione. L’ho vita intima, scontrosa e disattenta.

    Mi sono chiesta come sia la vita fra i miei 50 che sovvengono e i 70 che si toccano con l’acqua. Mi sono detta che spaventa, se siamo solo pelle che si sfrega, sudore che ci imperla. Mi sono detta che è qualcosa che ha a che fare con la magia del senso, e con lo smarrimento. Col salto a vuoto, e con quel battito che gonfia tutta la difesa di un corpo messo a lato, in sfinimento.

    Mi sono detta anche è paura che sorprende, salute che dichiara guerra ad ogni stento. Io non ci vado, al cinema, per dire intorno al cinema. Ci vado come vado a fare musica, ascoltando. Mi sono sentita bene, infine. Mi son sentita ritrovata e anche un po’ smarrita. Mi son sentita accarezzata da ogni piega di tormento, da ogni sorriso a mezzo viso. E’ storia di confine, nulla che parli ai tarli di ogni giorno, in apparenza. Eppure, è storia di tasselli. Ed è un sola prospettiva, riparo dal vissuto che trapassa gruppi e luoghi e vite, e mondo. E’ mondo altro. Eppure, i temi sono quelli. Se ci si guarda dentro, gemello al film che Morettiani possiam sentire più vicino al nostro verbo.

    La giovinezza sa giocarsi il tatto, tutti i giorni, di odori e di colori si fa bella. Tutto coperto, dopo. Persino nudi siamo vestiti di sconcerto. Non siamo l’onda, la bellezza. Almeno, non quella a cui non serve alcun ricordo. Ho amato tutto, le mucche, la ferocia della Fonda, e le canzoni facili eseguite solo a mente. Che si rivelano, si spiegano, lo inseguono. Ho amato i sassi, ed il dolore ed il piacere e poi il dolore. I padri che sanno sempre quando i figli fan finta di dormire.

    Molto più bello (di ogni suo altro)… forse soltanto “this must be the place” raggiunge questo anello. L’anello che non tiene e tiene, e ci in-trattiene. E non ci lega, anzi ci lascia lì, cadere–

    E noi cadiamo, soffriamo all’infinito, ci innamoriamo all’infinito.

    Non fate i critici, vedetelo come si guarda un luogo interno a un sogno, un pezzettino di universo. Sono le conseguenze dell’amore che ci mantengono al riparo dal tranello.