• Si apre domenica, nell’ambito della Settimana della Santità calabrese, una mostra curata dall’Editore e amico Demetrio Guzzardi dal titolo Santi, santità e santini di Calabria nel Cgiostro della Basilica di Sant’Andrea delle Fratte, a Roma.

    Come ho avuto modo di annotare poco tempo fa, la raccolta di questo ricchissimo repertorio di immagini che testimoniano l’intimità della preghiera per i credenti, ha per me un fascino del tutto speciale.

    Quando ne ho visti alcuni a casa di Demetrio, alcuni anni fa, mi ha molto colpito il sentimento che nascondono e la ricchezza di sfumature culturali che esprimono. Nella scelta di associazione fra immagine e preghiera o pensiero votivo, si annida (come in una culla di vicinanza) il portare con sé e il portare nel mondo di modi e sentimenti di religiosità che contengono modi e mondi di legger il sacro e la sua vicinanza protettiva al nostro mondo.

    Nella dimensione di fede, a volte, la creazione delle piccole opere di preghiera che ci accompagna è la creazione di un messaggio che ci rassicura e ci racconta a un tempo, nei luoghi delle case, nella preghiera fra le pagine, nel farne dono e luogo di condivisione.

    E’ per questo che il lavoro di recupero, archiviazione, conservazione e racconto fatto da Demetrio ha un particolare significato, e consente una riflessione su percorsi e modi, intimi e non, di sentire la fede tanto lontani a volte da essere imperscrutabili.

    E’ uno dei lavori biografici più belli che abbia mai visto. Varrebbe la pena di accostarsi ad esso in ottica di lettura dei linguaggi nel mondo, e con intima domanda su come l’immagine e la parola possa essere portarci a stare in un sentimento del mondo che non ci lasci soli. Auguri a Demetrio, che spero di incontrare domani.

    settimana calabrese

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    Ho letto d’un fiato, in due momenti di primavera in terrazzo, “Vallanzasca”.

    La graphic novel, appena uscita per la Round Robin, è sceneggiata, con densa e sapiente finezza, dal cosentino Luca Scornaienchi, e disegnata, magistralmente, dall’artista sardo Jonathan Fara.
    Presenti entrambi nel panorama creativo di questi anni, con questo loro lavoro hanno donato, a noi e alla storia di questi ultimi anni (e di altri antichi e smarriti nel tempo) un ritratto chiaro di dolcezza sfinita, del tutto priva di retorica e tranelli, di uno dei più noti e favoleggiati protagonisti del noir della mala-vita reale. Il bel Renato, per certo colpevole, così difficile da definire e circoscrivere stretto. E infatti loro non circoscrivono, lasciano tutto andare lento, in mare aperto.

    La lettura in terrazza, al tavolino di marmo e ferro che mi ha ospitata, rievoca la sosta in un Café. Mi è sembrato, confesso, istintivamente inevitabile mimare leggendo la scena di innesco che Luca Scornaienchi mette in nota iniziale, per ridarmi il senso di quel respiro forte [interno esterno, interno esterno] che presentivo che questa storia avrebbe potuto evocare. Ed così che è stato.
    Un testo limpido, definito, elegante, mai sopra le righe, eppure a tratti come vicinissimo al verso. Tutta una serie di tavole e parole che ti portano dentro, in un dolore pulitissimo, privo di sfondi e leggibile, fino a saturare in lettura, con inquadrature che sapientemente “tolgono” (la Storia), e sapientemente mettono (dialogo e persona) in primo piano.
    Tavole depurate dal colore. Come dev’essere ed è, perché il colore di questa storia è un nero, che si accompagna al bianco e tiene il rosso dentro, come custodito lì, non rimosso e celato, nel luogo invisibile che non si rimargina mai.
    Ed è dal bianco, infatti, dell’infanzia intoccabile, che prende il passo e chiude questa narrazione che non ha fine, con una storia di bambini e di tigri che sanno essere esca, e al tempo stesso automobile in corsa. Per trasportarci altrove, prima di ogni evento, nel luogo esatto dove l’infanzia finisce, e non  si sa, né si vuole, che l’infanzia stessa ci finisca mai.
    Luca Scornaienchi ce la presenta da subito a partire da una perdita, come una historia negra che ci si narra comunque; mentre si perde per “caso” l’occasione vera– di sentirla narrare. Da voce viva e al caldo dello sguardo.
    E ce la conferma portandoci, come in veste privata, nel luogo vero di incontro, a cui la sorte fa inciampo. Che sottrae e ha sottratto, almeno stando ad oggi spero io, al narratore la sua voce narrata. La perfezione spezzata fra biografo e graffio. Forse è per quello che ho scelto, dopo appena due pagine, di andare a leggerlo lì, a un tavolino sul terrazzo.
    Come se fosse un recupero, di scarto dal reale, di quella convergenza. Che si scopre negata dall’ultimo arresto, poco dopo l’incontro col disegnatore biografo, e che torna, nell’azzurro degli occhi a parlarci impudica e lucente, nel lavoro bello di Scornaienchi e Fara, di Vallanzasca— Renato.
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    E’ in corso lo sciopero che i sindacati degli insegnanti hanno indetto contro la riforma proposta dal Governo. Ieri, con nostro figlio, su sua richiesta, abbiamo parlato un po’ di questa riforma, e del significato e valore della scuola pubblica. E’ stato commovente, per noi, che lui abbia voluto capire e discuterne a pranzo e a cena. E che, come noi, abbia visto come positive alcune delle proposte che la riforma contiene, pur condividendo l’idea che si debba tutelare la qualità della scuola pubblica prima di ogni altra cosa. Anzi, se devo dire, la mia personale idea è che per la formazione primaria e secondaria, la scuola privata non dovrebbe neanche aver modo di esistere. In una visione quasi sovietica, penso che la scuola debba essere il luogo di massimo investimento dello stato. Accanto a quello della cura e della tutela dell’età terza e della disabilità. Accanto a questo, però, credo che debbano essere chiari e ricorrenti i criteri e i luoghi e i momenti di valutazione del lavoro degli insegnanti. Come genitore mi sono trovata a volte di fronte all’impossibilità di un dialogo e di un ascolto reciproco, in particolare nella scuola elementare e media inferiore che mio figlio ha frequentato, dove quella che, nella mia percezione, è una non conoscenza di metodi e strumenti (e spesso persino delle direttive MIUR accompagnata a una lsotanziale negazione del valore dei decreti delegati), mi hanno portata a considerare quasi sempre l’incontro con gli insegnanti come un luogo di scontro, spesso inutile. Ci sono ottimi insegnanti, preparatissimi e capaci di dialogo e sviluppo, in moltissime scuole, e questo deve essere riconosciuto e premiato. Così come, ci sono luoghi di inefficienza, parassitismo e incompetenza, che devono essere rimossi proprio per la delicatezza estrema del ruolo insegnante. Ci sono opportunità che la scuola deve saper creare, e devono essere valutati e premiati quei Presidi che nello specifico dei vincoli territoriali sanno offrire a ragazzi e ragazze, insegnanti e genitori, il meglio. Non sono gli anni a contare, ma i giorni: come vengono spesi per l’altro e non per sé stessi. Ci sono insegnanti che amano valutare, a volte sadicamente avvinti a criteri matematici, ma non tollerano che si voglia provare a capire come auto-valutarsi e farsi valutare. Questo perché la scuola è intrisa di retrive logiche di punizione e classificazione. Non posso sostenere una scuola che valuta i ragazzi e non vuol essere valutata; il raggiungimento di uno status professionale non è per sempre, si fonda su una relazione: con se stessi, coi colleghi, con i ragazzi e con i genitori. E con il territorio, la realtà e il mondo del lavoro. Se mai, mi piacerebbe si dedicassero energie a capire “come” valutarsi in ottica di formazione continua, e di adeguamento al mondo che cambia. Mi piacerebbe che si parlasse di burn out per gli insegnanti e che sapessero chiedere aiuto quando ne sono oggetto dolente, e che gli insegnanti sapessero dire, come alcuni egregiamente sanno fare, quello che ogni ragazzo o ragazza conosce e sa fare e può sviluppare, e non quello in che i ragazzi non sanno fare. In tre anni di consigli di classe, nella scuola media inferiore che ha frequentato mio figlio, non ho assistito, come rappresentante dei genitori, a un solo colloquio di gruppo costruttivo e attento al valore portato dai singoli studenti. E nessuno mai, fra quegli insegnanti, si è vergognato di dire ogni volta che, con poche eccezioni (un paio), su oltre 25 ragazzi quasi tutti erano svogliati, incapaci di completare i compiti e disattenti. Mi chiedo se questa percentuale discrediti i ragazzi o il lavoro fatto in classe… Ho visto comportamenti da me sentiti come al limite del sadismo nelle modalità di restituzione orale veloce alla fine degli esami di terza media date ai ragazzi che avevano appena completato il loro primo importante colloquio; ho visto ragazzi e ragazzi educati, ordinati, composti, accolti in commissione con le patacche sulle camice e il prendisole trasparente. Non si tratta di essere moralisti, si tratta di esigere il rispetto per i luoghi di formazione non solo ai contenuti ma ai rapporti, ai modi, alle forme di convivenza. Ho visto insegnanti presentarsi ai colloqui con logopedisti e neuropsichiatri, fissati per la pianificazione didattica individuale e previsti da mesi, esordendo per tre volte in tre anni con la frase: “mi scuso ma ho solo qualche minuto, mio figlio oggi non sta bene…”, e gli stessi insegnati disattendere tutte le indicazioni date dagli specialisti per rendere possibile una didattica a misura di persona. Oggi mio figlio frequenta un ottimo liceo pubblico, che è decisamente, nella nostra percezione, un luogo migliore di quelli che abbiamo incontrato prima. Ha ottimi insegnanti, che nella scuola pubblica si fanno carico di sopperire alla confusione e alla mancanza di risorse. Che cercano di capire e di ragionare con i ragazzi. Sarei felice se questa scuola pubblica, come le altre, potesse avere più fondi, più sponsor, e il nostro 5xmille, già da adesso. Se potesse far fare ai ragazzi più stage ed esperienze. Se fosse premiata per la qualità che esprime. E sono felice, e molto, di aver visto mio figlio farsi domande, e sentirsi libero di dire: io domani voglio entrare, perché secondo me è una buona riforma, anche se non condivido tutte tutte le cose che si propongono. Ma anche sarei contenta se fosse messa in discussione, con criteri oggettivi, quella vecchia scuola in cui mi sono sentita dire, come rappresentante di classe: siamo qui per darvi delle comunicazioni e non abbiamo tempo di ascoltare i genitori. Certo, è il mio personale vissuto e la mia percezione di esso, non pretendo che sia la ragione di una valutazione. Pretenderei però che ci fosse una scuola che permetta di fare domande sulla qualità degli insegnanti, e dei rapporti, e che valuti i presidi per come sanno valorizzarla o meno. Per quanto impopolare possa sembravi, io oggi penso questo ed ho voglia di condividerlo. Perché ci sia una scuola pubblica, e finalmente solo una scuola pubblica (questo chiederei a Renzi e al Governo, piuttosto che la salvaguardia di un status quo a volte avvilente), perché non si facciano concessioni alla scuola privata ma si prendano risorse a quella, e le risorse vengano destinate a rendere più viva e ricca la scuola di tutti, che è la radice di una democrazia, di un diritto e di una vera eguaglianza: capace di esprimere le differenze. Il mio augurio ai molti insegnanti in sciopero oggi è che la loro voce venga ascoltata quando chiede risorse, ritmi di lavoro umani, condizioni infrastrutturali sicure e moderne, reti telematiche potenti, spazi di vita vera, un investimento sulla scuola pubblica. Ma anche, che sappiano guardare alla qualità della vita, che comincia solo dove le cose possono cambiare, a partire dalle nostre.

  • ieri sera ho visto Tusk, di Kevin Smith— Io Kevin Smith lo amo proprio, da Clerks in poi è stato amore senza fine. Devo dire però che ieri sera è stata dura la riconferma. Era da Boxing Helena che non mi sentivo così male a vedere un film. Perché non ero sui canali Crime, ero lì. nella testa del buon Kevin e cercavo l’amore di sempre. C’era, ma era un amore malato, una cosa senza gioia. E dai primi 20 minuti sai che non ci sarà lieto fine. Sarà questo tempo di nostro scontento, ma davvero avrei voluto potere cambiare tutto, soggetto, sceneggiatura, finale. Ed è che, forse, è così che vorrei per tutto il resto…

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    Sono stata, ieri, a vedere “Mia Madre”. Non c’è molto che sia possibile dire senza andare a ferire qualcosa. Un qualcosa che ha a che fare con la trasparenza dei corpi, e con la loro pesante immanenza. Qualcosa che ha un perimetro aperto ma detto, una prossemica dei sentimenti nella prossemica dei corpi, un reclamo che ri-chiede silenzio. Un po’ come si fa quando noi ci si incrocia, e ciascuno nel noi ha un suo compito denso, che l’altro interrompe se irrompe in parole.

    [le parole più belle io credo le abbia scritte Travaglio. Tutto il resto, lo dice Moretti ogni volta. In quella sua presenza che “si” disarticola, rischiando al di fuori dal film. Con quel suo rovistare dentro, che la Buy ci consegna estenuato se rovista i cassetti. Di questo solo so dire, se penso. Dei continui incroci di in-esperienza, del mondo e di sé]

    [E ci sono stati, sì, rinvii di esistenza: i piedi ed il corpo che vanno per strada, quel non sapere o potere portare e restare. Con quella Lazzarini, lì, che rintocca Herlitzka, che non morto si alza e va via nel film di Bellocchio. E ci sono state persino le scosse sul set, quel non saper ritrovare nessuna emozione alla parola operaia, se non nella frase che apre: Margherita che dice alla madre che non è un film triste, e sua madre che ripete ed interroga: Non è un film triste? Non è un film triste… Ci sono stati, come quando d’Aprile, l’eco quieta dei nomi dei farmaci, l’eco inquieta dei sogni. La placenta che perde ed allaga proprio mentre la madre muore. Proprio mentre. E quel mentre dura]

    [E si potrebbe sostare e pensare e stare su ogni singola scena. Su una sceneggiatura ricchissima, rigorosa e ricolma di tatto. Su un Turturro alchemico, strabiliante e confuso, a sua volta un doppio che è lì come impastato, a una tenerezza stretta che se ne parte in un taxi (com’è che ti chiami? mi accompagni e poi dormi con me?… E’ uno scherzo) e si posa e riposa nella cena che raccoglie le carte mentre sfoglia le foto (ed i nomi, ed i volti). Ma non avrebbe senso. Che ognuno senta per sé, e magari ri-senta con l’altro, rasenti l’altro, come accade quando si è lì nella sala per vedere “quel” film].

    E’ vero quel che dice Travaglio (lo cito a memoria), che si ride con le lacrime agli occhi e si piange ridendo, vedendo “Mia madre”. Io per me solo questo: non ho pianto molto, durante. E nemmeno, forse, ho riso. Ho pianto a lungo, sconsolatamente, quando a luci accese, sui titoli di coda, “Mia madre” mi ha lasciata sola, con tutto “questo” che tanto somiglia a ciascuno di noi.

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    Andare al cinema è bellissimo. Soprattutto quando la città è tutta pioggia, e la sala diventa un riparo scaltro e imprevedibile. Il cinema è un luogo dove accade un incontro, e ogni cosa che accade è possibile tenerla per sé.

    E oggi, al cinema, questa Roma malconcia, era davvero bellissima.

    La sala nascondeva tutto, i segnali di crisi, quell’umido freddo che ritorna a ridire che primavera ci manca, quel sentire il deserto dei luoghi e i non sense delle strade del centro.

    Siamo andati a vedere “La scelta”, perché proprio la Angiolini ci piace, e di Placido ogni volta cerchiamo di sapere e capire (se ci piace o no), e questa volta ci piace moltissimo. Ci piace come ci piace spesso il cinema italiano. Che non arriva, spesso, a quelle punte di magia che il cinema francese, e il cinema svedese, e il cinema tedesco, e poi l’americano, vabbè. Ma ha una sua magia tutta quieta, non supponente e a conti fatti rassicurante, perché è rassicurante vedere e sentire che qualcuno sta nella medietà proprio come noi, e le cose le vede ad altezza di uomini e donne che non sanno  o non toccano sempre né la grande bellezza né Puerto Escondido, dove è possibile pensare e cercare, ed ogni volta è una fatica di sopravvivenza, perché i mezzi sono pochi ma la delicatezza tanta.

    La scelta, di Michele Placido (da Pirandello ma del tutto attuale e modernissimo– non so quanto distante dal testo, perché il testo non conosco), è un film bellissimo. Con lievissime sbavature (per tutte la scena finale, che resta un po’ monca al sentimento profondo), ma con una intensità che taglia. T’investe con l’immagine “strong” di una pubblicità da divani, che è tagliata in due dalla bellezza bianca di un’Ambra Angiolini intensissima e potente. E la cosa che ti fa impazzire è che pensi che sia lei la storia, che sia lei il volto; la voce e quel ventre che cresce. Così autentica che ti dimentichi che è un film che tu vedi, e ti sembra quasi di seguire una storia, la sua, con le piccole rughe nascoste e quegli occhi che navigano.

    La storia ha questa cosa bellissima di dire forte il diritto a tacere, a tenere per sé, a reinterpretare la violenza e lo stupro alla luce di una distanza che è forza. La non denuncia che non passa per una forma di paura o negazione o concessione all’aggressore, ma che passa nel diritto della persona a dire la propria storia a se stessa. Mettendo dentro, con forza, al corpo del reato, il corpo della persona stessa, con tutta la sua legittima strategia di interpretazione del reale per se stessa, e non per la legge (che sia del mondo, di un legame o di un gruppo d’affetti).

    C’è un passaggio straordinario che accompagna quel pianto che non si può trattenere quando si passa sul viso segnato dall’aggressione e dal voler portarsi altrove, fino a quel senso del volersi passione (che la Angiolini riversa nella vasca da bagno, dove la cicatrice è portata come una rosa tatuata alle spalle). Fino a tutto un territorio di sentimenti di giustizia mal posti, riposti e messi a posto nel luogo sbagliato. Dove tutto sembra scorrere fuori dalla riscrittura che la protagonista fa della sua vita in quel mese, alla luce del suo bisogno di parlare di se stessa a se stessa e sentir compreso quel senso del sé.

    E la magia profonda, è che quel sé è qualcos’altro. Che potrebbe forse chiamarsi Useppe, ché siamo anche noi, anche oggi, anche qui, in tempo di terra occupata e non ancora liberata davvero.

    Mi sento in un pomeriggio ben speso, e dico grazie.

  • Il 21 marzo scorso anche Sermide ha festeggiato la primavera in arrivo, e lo ha fatto con un atto di presenza politica nel cuore di un Comune speciale, con Le stanze della poesia (in seconda edizione). L’evento è stato organizzato col sostegno del Gruppo “Alla luce del sole” (gruppo politico che nasce a Sermide, da una fioritura esterna del PD,  nella primavera del 2011, con il comune convincimento che “Il contributo di ognuno sia ricchezza per tutti”)  e con l’impegno pieno dell’Amministrazione comunale e delle Associazioni sermidesi.

    Arrivare a Sermide per Le stanze della poesia (che Zena Roncada ha curato in ogni dettaglio con l’aiuto e la partecipazione attiva di tutte le realtà che hanno sostenuto l’iniziativa) è stata un’esperienza di gioia e sorpresa. La casa di Zena e Lino, aperta a un’ospitalità autenticamente accogliente, la cura di ogni momento e di ogni più piccolo sentimento, la gentilezza concreta e fattiva di ciascuno, sono stati un’immersione in qualcosa che il grido di scontento porta a dimenticare: esiste un’etica del fare che viene prima dell’estetica del pensare. E quando questa ha luogo, è perché dietro le emozioni e i bisogni, le parole e le risposte sanno darsi alla luce di un lavoro continuo. Attento, puntiglioso e inesausto, compiuto ogni giorno per capire, com-prendere e sostenere le cose. Con la doverosa pienezza di contenuti e di modi che solo una vita intera dedicata al pensare e fare per il bene sociale, con impegno all’onestà, può costruire.
    La casa di Zena e Lino, che fa fulcro all’arrivo di chi come noi arrivava da fuori, ha dentro, per tutti, valori e colori. Il terrazzo, così pieno di piante e di fiori, e nascite e vite, ogni stanza un convivio che ogni oggetto dichiara.
    La cura del cibo, l’attenzione alle età, tutte e insieme, ne fanno quel luogo nel quale chiunque potrebbe “trovarsi”. I libri, gli oggetti, il far eco alle mani, il tenere per sé ma non chiuso il pensare e portare. La scrittura trabocca da tutte le cose, e davvero le parole e le cose non corrono mai né disgiunte né monche.
    Dalla casa di Zena, e da tutte le altre di Sermide, si dirama un sentiero di voci e azioni che ci porta alle Stanze, che in una piccola scuola, destinata a ospitarle, danno luogo a un pomeriggio lungo di versi ed incontri. Persone e parole si riversano e fanno luogo, con una inaspettata, antistorica e vitalissima inclinazione a riconoscere e dire la potenza attiva della scrittura e le metriche esatte, eleganti e potenti del luogo.
    Col favore delle nebbie si racconta una storia che è tutta umida e bianca alla luce del Po, e che però si apre a un attraversamento, che si vuole portare di regione in regione, di mente in mente.
    Essere ospitati lì è stata una conquista di modi e luoghi altri, una apertura di senso, una piccola violazione del codice stanco (e solipsistico e autoreferenziale) che si accompagna spesso alle letture ed ai luoghi un po’ asfittici del dire poesia.
    In una terra fiorita di narcisi, nessun narcisismo.
    Invece, piena e invasiva (come piena del Po), la vicinanza concreta, e politica e bella, del dire e del fare, come sa solo il fiume.
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    (E. Jabès, Il libro delle interrogazioni)

    Ho conosciuto le tue mani al passaggio alle mie, buio anni ’70.
    Un Oscar Mondadori con foto di Anna Frank.

    E le tue mani entrando in una piccola Agenzia, a Cosenza,
    con seicentomila lire a rate tutte insieme e per me.

    E le tue mani nascoste che prendevano Sartre (a Parigi),
    e tra le foglie del vento la forza di Shelley.

    Che leggevano Mann di recupero alato,
    proprio un attimo prima di arrivare a Venezia.

    E le piccole mani che vergavano strette
    eleganti e chiare, nome, giorno e le ore,

    perché noi eravamo la piena dei nomi,
    e non sapevamo dire rossore e tremore.

    E le tue mani nuove per dare gli occhi agli occhi,
    ora che vedono male, e hanno allargato i mondi,

    dando un senso spento a montature ed occhiali.
    E le mie mani aperte, su ogni libro e verso,

    che ho pubblicato da sola, o che qualcuno ha messo
    dove era bello (è stato bello– ) pubblicare con te.

    E le tue mani spillatrice, su quella pagina in cartoncino,
    che ha detto libro chiaramente sopra le cataste da bureau,

    a culo dunque tutti: studi di settore, tasse, e fighette start up

    E le tue mani che ci hanno messo le dita, nei buchi neri in rete,
    come se fosse un collant o un preliminare d’amore.

    E le tue mani che hanno preso in prestito, senza garanzia di sorta,
    come qualcuno rubava i libri , e molto dopo li restituiva.

    Tutto questo per dire che aveva amato [oh, quanto–]
    l’edificio del verbo. E le tue mani aperte, se viene letta

    una parabola, e le parole vanno, come se non fossero parola–

    Le tue mani veggenti, perché hai scritto, infine, soltanto
    sulla sabbia, e non sappiamo cosa. Ed è così che immaginiamo.

    E le tue mani ogni volta, quando ho sentito dire
    di non averne, di soldi, per prender libri e quaderni.

    Ed ogni volta, ogni volta, ho desiderato che fosse. E desidero ancora.
    Che ogni singola pagina, di ogni perduta parola, diventi qui, immateriale,

    e davvero qualcosa. Impalpabile resa non erosa dal tempo.
    In qualche modo sottratta alla piccola morte.

    Che noi tutti siamo,
    quando affrettati usiamo,
    per nominare una cosa,
    una parola sola.

    #stopbookwar

    *

    *Raccogliendo l’invito che è nell’articolo di oggi di Massimo Celani.

  • Parigi è sempre Parigi. Riconoscimenti per foto e narrazione

    Avatar di samgha

    di Paride Leporace*

    cover-stampata-copiaNell’epoca ipertestuale e del trionfo della riproducibilità tecnica è difficile affidarsi ai buoni libri. Soprattutto quelli piccoli, che non vanno in tv, e risultano particolarmente preziosi per quel tempo che rubano alla noia e offrono al riconoscimento delle idee e dei sentimenti. Inutile nascondersi, questa buona caccia è favorita dalla conoscenza diretta e spesso personale con l’autore. Non parlo di quell’amicalismo amorale che tante storture provoca nell’industria culturale italiana, ma di rapporti intellettuali sani che ci permettono ancora di saperci muovere nella foresta dei segni e nella consapevolezza del consumo di parole e visioni.
    Nerina Garofalo, con definizione a la page, è una “narrative thinker”. Narra benissimo e pensa ancora meglio. Viene dalla mia Itaca cosentina, stesso liceo e stesse piazze. Le abbiamo condivise un quarto di secolo dopo sui social e in antologie di racconti, riprendendo i fili di una militanza politico-culturale che non smette di…

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