Ti amo troppo e lo specifico del femminicidio: ieri leggevo un post che descriveva una deriva che la storia prende quando viene smarrito il senso di una coscienza del danno. E che citava la parola femminicidio come assimilabile a questa forma di delitto. Almeno, questo ho capito. Mi porto dietro da ieri il desiderio di tornare su questo tema, per quello che di davvero specifico il femminicidio contiene. E questo specifico mi sembra essere dato dal fatto che una donna viene uccisa, spesso dopo iterate manifestazioni di disprezzo della sua integrità, in quanto donna. In quanto oggetto di desiderio, possesso e malinteso senso di prossimità all’altro (che sia un coniuge, un fidanzato, un amante rifiutato, un vicino di casa) che vede come legittima la soppressione violenta del rifiuto a questa stessa prossimità. L’altro elemento che mi sembra lo caratterizzi, in molti casi, è l’ambivalenza della vittima nel sentimento di paura, di amore e di tensione al recupero di una verità di relazione, che è davvero tutta femminile. Il femminile contiene una prospettiva di generazione di vita, e di confidenza alla morte, che è propria di un corpo che storicamente attua l’accoglienza, la nascita, lo svezzamento, la ciclicità attraverso la perdita di potenziale di vita nelle mestruazioni, e la cura di sé e dell’altro. Solo che spesso, proprio in nome di questo potenziale di genere così forte e vitale, quella che viene meno è proprio la cura di sé. Ci si espone al rischio della soppressione, e nel caso del femminicidio se ne resta vittime. Questa è una delle ragioni di gratitudine agli amici ed amiche di Corvo Rosso, e a Gilberto Gavioli che tanto fa con loro, per la mostra Ti amo troppo che approda a Roma a fine mese, e invade un centro commerciale, occupando uno spazio che è quello dei fidanzati, delle famiglie, delle persone in cerca di cose e persone, e quindi bisognoso di richiamo all’attenzione alla cura di sé nella cura dell’altro. Benvenuti a Roma, il 31 ottobre, ad Euroma2–
Appunti esTemporanei
Il blog di Nerina Garofalo
-
Frances Ha, di Noah Baumbach, è una storia che fa scivolare una delicatezza tagliata nel disordine esistenziale della giovane protagonista e nella nostra. Parente stretto di Manhattan di Woody Allen, sia per il taglio fotografico che per i toni caldi di un B/N da carta opaca, ci attraversa la strada come la sua protagonista nell’atto solidale di una raccolta di elemosine per terze parti.
L’infidanzabile Frances ha nello zaino una storia di amicizia che pretende l’infinito. Non cerca altro, la ballerina tacco basso, che una dimora che sappia essere puntello e luogo libero, descrive e ci riporta in quella sacca (letteralmente colma di prospettive, di desideri e costruzioni) che non sa essere luogo pieno alla misura del tempo. E si dilata e si svuota e si rovescia quando l’approssimarsi delle ragioni adulte dichiarano e si dichiarano in una costruzione sociale che Frances vorrebbe a misura di secchiello (di desiderio piccolo, operoso e puntuale), e si concentra invece su un festival di vanità e di esclusioni. Che fanno specchio alla condizione di molta parte dei vissuti in questo tempo.
E’ sconclusionata ed esigente, Frances, ha una bellezza che è troppo preraffaellita per stare negli standard. Ha il desiderio di una casa e il portafoglio vuoto. Sa correre e sa ridere, sa piangere senza piangere, con una autentica ingenua correttezza che quasi quasi te la sposi per quanto lei è imperdibile.
Frances non scopa, fa l’amore. Ed è per questo che lo fa ma in modo occasionale, e senza mai mentire. Frances si sente ballerina, e disconosce un universo che le nega spazio. Ed è una ballerina tacco basso, con una grazia che non risponde a canoni e modelli, ma fa scattare il bello. Viene delusa spesso, viene tradita spesso, ma infine poi si costruisce. E sa adeguare il nome, se dirsi anche nello spazio stretto.
Se il mondo non ha posto, puoi sempre metterci il tuo nome, trovando un luogo che ti ospiti, facendo il verso a un modo che ti toglie, inventandoti un modello.
Sarà che appare così vera, mi sembra che dovrebbero clonarla, e renderla possibile ovunque serva il bello–
-
Esce a giugno di quest’anno, per le edizioni The Box (etichetta della Fandango), la prima Graphic Novel di Bastien Vivès “Tra due cuori”, uscita a Bruxelles nel 2007, e seguita nella produzione del giovane disegnatore e autore nelle edizioni italiane, fra le altre, da Il Sapore del cloro (2009), Nei miei occhi (2010), Poline (2011) e Veri Amici, Francesca e Bruno (2013).
Ho preso Tra due cuori dopo aver letto una recensione recentissima su Pagina99, e l’incontro con questo piccolo gioiello è stato portatore di emozioni e pensieri. Tra due cuori ha tutta la delicatezza di uno spaccato post adolescenziale parigino assai simile a quelli che potremmo rintracciare nei vissuti delle metropoli (Roma, Milano, ma anche Berlino, Barcellona, Madrid).
I protagonisti hanno la pelle dura e cristallina di giovani adulti esposti alla costruzione di un universo relazionale in cui troppo è non detto. Nello spazio fra l’inizio e la fine della storia di questo incontro amicale e un po’ innamorato, Alice, Charlotte e Renaud portano addosso, sulla loro faticosa pelle d’asino, il desiderio di far passare l’anima fuori dal corpo, e lasciarla esprimere e dire, là dove invece c’è una abitudine al consumo delle esperienze e della comunicazione che lascia un lacerata la quasi involontaria salita in emergenza delle emozioni.
Ci sono il viaggio, il ballo, il sesso, il corpo, il peso, l’immaginario e la sdrammatizzazione formale. Ci sono tutti i luoghi della fiducia e dello smarrimento, in mezzo a un tratto grafico pulito, ed insieme intenso, qualcosa a metà fra i messicani Hernandez e lo spagnolo Paco Roca. E, ancor più, una sottile citazione Disneyana se pensiamo a Chico e Rita (di Fernado Trueba, Javier Mariscal e Tono Errando). E c’è tutta una ricerca di senso che i protagonisti compiono nell’apertura all’inatteso, al divergente, che nella narrazione si personifica in Renaud, nella sua uscita dallo schema di facilità e superficialità nei rapporti attraverso la ricerca di una autenticità di ascolto e incontro.
Che tutto questo nasca dalla penna di un autore di appena 30 anni lascia intuire quella richiesta inascoltata che spesso il pensiero adulto disattende, lasciando a una autointerpretazione del sentimento del vuoto ogni tardo adolescente e ogni giovane adulto.
E mi veniva allora su da pensare che questo libro, questo fumetto, dovrebbe essere parte di un laboratorio sull’ascolto, per quella capacità che noi adulti perdiamo, e resta intatta invece nei luoghi caldi dell’età acerba e di una non compiuta adultità, di inseguire il modo che desideriamo di dire, di dare, di prendere e di toccare. Perché ci tocchi davvero, senza violenza e senza danno, l’incontro.
Insomma, vorrei quasi che fosse adottato nei licei, perché sarebbe un bell’innesco per introdurre tanti temi, e per parlare le parole che davvero stanno lì, tra i banchi, ad aspettare. Non vedo alcuna povertà espressiva, non vedo alcuna semplice reductio. Ci vedo invece lo specchio esatto di una mutazione, che traghetta quei ragazzi (e nondimeno noi) verso modalità che, complicandosi nel dire, forse rendono ancora meno semplice trovare, toccare e ritoccare. Lasciandoci toccati e un poco rotti.
-
Shiai e Ai, di Lamberto Garzia (Effigie, 2014) è un poema amoroso che si legge per immersione. Se dalla dimensione dimorata del tatami passiamo alla cinestesia che i versi producono in lettura, è questa l’esperienza di prossimità, in separazione rispettosa, che ci resta. Addosso.
C’è come un compromesso di lettura che porta a stare approssimati a quello shoji, a quella leggerezza che separa e che protegge, come per tratti il sogno il sonno, eppure esterni, complici in visione, persino un po’ segnati dagli umori e dai sudori e dagli odori.
È un libro bianco, un fiore di ciliegio. Ci son voluti alcuni mesi perché volessi che la lettura fosse colma, ed in deriva dove tutto poi sfinisce, perché davvero raramente ho ritrovato così integra la trama di una seta mossa al vento. È stato come fosse un canto in movimento, un mimo di ansimi e sussurri, con gorgoglii, e imprevedibili silenzi.
Ti resta dentro qualche cosa che soltanto pochissime strutture hanno per sempre. Qualcosa come il volo di Francesca, che ti tiene lì, e rigiri, o in tempi di fine ‘900, le Quartine di Valduga.
Ed è istruttivo e ti addomestica, quell’uso a cui costringe la distanza dalla lingua del glossario, per farti ritrovare intatta una naturalezza, struggente e potentissima, in questa lingua doppia che sa ridirsi una, pur mantenendo ogni precisa sfumatura di distanza.
È come se noi avessimo la stretta di potenza che toccava Oshima, e che però lì stava un po’ contaminata al mondo, e la vedessimo salire, risalire, ridiscendere, guaire, addormentarsi, sfiorire, incenerirsi e ricomporsi in fiore, fino a ridire di una stretta che matura, rende liberi, si infiora.
Andrebbe reso testo a scelta nei licei, questo poema, per la potenza e la corretta dimensione dell’amore che ci consegna e di cui ha cura. E leggerlo trafigge un po’, ci intaglia una misura: dei versi, dei silenzi, dei rumori che si sentono frusciare, sotto.
Come se fosse un segno nel ciliegio ancora non piantato nel grembo del combattimento.
Rischioso dire, di un libro come questo. Che per delicatezza ha qualche porta chiusa, nonostante lo si rilegga ancora, e adesso.
Ma anche, peccato che non passi, e non la si sussurri, questa sua perfezione apertamente stretta, come si fa per voce clandestina, un mugolio da dietro un paravento trasparente. Sarebbe questo, il modo giusto, per questo testo così intenso.
(Nerina Garofalo, agosto 2014)
-

Alessandra Celletti a 5 anni Con Alessandra Celletti l’incontro è avvenuto in rete, oramai un bel po’ di anni fa.
Ogni volta che, nel tempo, mi sono imbattuta in una sua performance ho avvertito un sentimento di incanto. L’incanto nasce a guardare come e cosa Alessandra va a ridefinire attraverso la musica, e usando questa come vettore, quali stordimenti di realtà riesce a produrre. Penso per questo ad alcuni video che è possibile ritrovare sul suo canale youtube, e alla natura itinerante fra paesaggio terrestre e luogo onirico di cui si nutrono alcuni dei suoi progetti. Penso all’esperienza del furgone palco itinerante, capace fra fiaba ed esecuzione di portare in giro un pianoforte “a comparsa”, o al recentissimo concerto in una casa di detenzione.
Alcune parole segnano l’attenzione con cui mi fermo sempre sul suo lavoro, quando lo promuove in rete, e queste sono nel perimetro intenso che sta fra il volo, il vuoto, il sogno, e infine per opposti, i luoghi fisici di un attraversamento. Così, nei mesi scorsi, le ho chiesto se aveva voglia di raccontarsi a me che domandavo. E lei, squisitamente, ha atteso il tempo giusto, per me, delle domande.
Quindi qui, cara Alessandra, la traccia di un cominciamento di racconto, su cui tu possa stare, come sarebbe divertente fare se fossimo lì proprio, da sigaretta a sigaretta.
*
N- Mi interessa conoscere meglio Alessandra, che è stata bambina in un qualche luogo, e che in un qualche modo deve aver compreso che esiste la musica. Dov’è che inizi, tu? Come comincia la storia di Alessandra che ha 5 e poi 6 e poi 9 anni?
A: Già, sono stata sicuramente una bambina e come tanti bambini avevo paura del buio. Molta paura, già quando cominciava ad imbrunire. Così ho cercato un antidoto…e la musica ha piano piano dato colore all’oscurità. Non è facile essere bambini e per me la musica era non solo un gioco ma anche una buona medicina. Ho iniziato a suonare il pianoforte a 6 anni e da allora non ho mai smesso. Andavo a lezione la domenica mattina e la mia maestra, Angela, si prendeva cura di me con fantasia e affetto. Spesso suonavamo a 4 mani e quello era il momento che mi piaceva di più perché i suoni si moltiplicavano e avevo la sensazione che dalle mie piccole mani uscisse una sinfonia bellissima. In realtà quasi tutte le note erano affidate alla maestra e la mia parte era fatta di solo poche note…ma questo non era importante. A me sembrava comunque una magia.
N- Mi chiedo se tu abbia prima sentito che esiste la musica o il sogno. Le due parole, in te, sembrano congiunte, così come un immaginario che avrebbe deliziato Carroll. Se ti chiedessi di descrivere la pratica del sogno oltre la fase REM del sonno, come me la restituiresti.
A: Mi piace tantissimo sognare perché nei sogni prende vita un mondo parallelo e forse ugualmente reale. Sogno sempre, quasi ogni notte e a volte quelle immagini continuano ad accompagnarmi per tutta la mattina mischiandosi con il caffè e il suono del pianoforte. Il mio ultimo video “Nightflight” è proprio il tentativo di descrivere, attraverso i suoni e le immagini, un mio sogno ricorrente: quello di correre, aprire le braccia e volare.
N- Guardando i tuoi video c’è una risalita continua di vento, di cieli acquatici e luoghi di prossimità. Come se le culle esercitassero, nell’esistenza, la supremazia della cura sul soggetto sul tempo e sul reale. Mi rimandi una tua definizione di spazio, e di ritmo, immaginando di portarci là dove metti in scena questa piccola ascensione atemporale che spesso ha la tua musica.
A: Amo molto il mio lavoro di musicista ma quando da bambina mi chiedevano cosa avrei voluto fare da grande io rispondevo l’astronauta. Forse sono un po’ una pianista/astronauta … Immagino la meravigliosa sensazione dell’assenza di gravità e uno spazio senza confini. E’ lì che mi trasferisco quando suono ed è quello il sipario che vorrei aprire per chi ha voglia di ascoltarmi e condividere con me i suoni. Il mio ultimo lavoro “Above the Sky” è un viaggio al confine del cielo dove poter incontrare costellazioni, ma anche gigli nascenti e luminose gocce di pioggia.
N. Quando ti ho vista fra teste di cavallo, e copricapo sonanti, attraversare le strade, con un messaggio di gioia e di incontro, non ho potuto non sentire di contro anche l’affinità col pifferaio, quel piccolo confine che si fa indicibile fra amore e perdita, fra infanzia delle cose e negazione di esse. Come se mi arrivasse qualcosa, oltre lo specchio (ancora Carroll). E non si tratta soltanto dell’incrocio, che ritrovo guardando il tuo lavoro, con Bataille. Che cosa c’è dietro lo specchio?
A: Questa domanda è difficile perché richiede di dare una forma a ciò che non lo ha. Quando ci si specchia c’è sempre qualcosa che resta invisibile, ma forse è proprio quel mistero e il tentativo di svelare ogni attimo un piccolo pezzetto in più che ci tiene in vita. Qualche volta è buio, ma la vita è un mistero bellissimo…
N. Ancora, ho la sensazione forte di un grande impegno, di una caparbietà e di un modo di stare anche sola di fronte alle cose con costanza. Come se ci fosse una sapere femminile di creazione di spazio, un allargarsi uterino, che fa sì che i tuoi progetti prendano vita, e risuonino. Come arriva Alessandra a fare tutte le cose che fa? Qual è il costo di questo andare e vedere e stare? Senza toccare i temi della produzione, della distribuzione, della promozione, della ricerca di sponsorizzazioni, cosa vuol dire per te investire nella musica?
A: Non sopporto la competizione, ma adoro le sfide, quelle con se stessi e con i limiti che molto spesso sono dettati dalle convenzioni sociali o dai luoghi comuni. Mi piace seguire strade solitarie e senza riferimenti precostituiti. Mi piace andare avanti con entusiasmo e fantasia allacciando dei fili invisibili che incontriamo via via e che se siamo attenti e fortunati riusciamo ad intuire. Mi piacciono gli incontri che ti risuonano con passione e con dolcezza. Mi piacciono anche gli errori se poi si ha la voglia di recuperare. Per me la musica rappresenta tutto questo e ogni progetto nasce così.
N. Sento a naso, e un po’ di pancia, la permanenza di alcuni oggetti che si muovono nell’immaginario come le dita sui tasti. Così, per chiudere, e per aprire un pezzettino ancora, ti metto lì la mia scatola di vetro e vedo: fumo di sigaretta, cosmetici, cineserie, un pupo da ventriloquo, le marionette, un flauto dolce. Se fossi io, quel pupo da ventriloquo, cosa ti chiederei, per stare nella forma stretta che al web congiunge e infine lascia soli, ad ascoltar[ti]?
A: Mi chiederesti la libertà e l’amore ed io ti risponderei che stiamo cercando in quella direzione.
Alcuni link ai luoghi di rete di Alessandra Celletti
I video da lei scelti per il suo sito
*
Scelti dal sito di Alessandra
(Nerina Garofalo – Roma, luglio 2014)
-
Sui gradini di un giardino d’inverno

Bisognerebbe avere molta grazia, una lucidità scevra da una rancorosa furia e un sentimento etico profondo per sentirsi autorizzati a scrivere dei delitti e delle pene. Alcuni giornalisti hanno queste capacità e il giusto grado di candore, e così alcuni autori, di poesia e letteratura. Non moltissimi, invero. Ma nemmeno così pochi. Almeno non se allarghiamo il cerchio dal confine nazionale a una dimensione globale del dire e produrre narrazione.
La capacità di stare in quella che io chiamo cronaca inversa (forse definibile come una narrazione aperta all’ascolto di un tutto tondo e degli interstizi e della ragione delle cose, senza alcun bisogno di attingere al vocabolario dell’orroroso, al lume stretto del medioevo, al movimento cannibale a tavola imbandita), è il fondamento del romanzo. O meglio, di quel romanzo che si schiude alla poesia, perché utilizza più volte il piano sequenza per seguire e condurre, e tracciare, senza l’ambizione insoddisfacente a se stessa di una tesi da pre-supporre.
In quel luogo, dove la strettoia si fa fisica al passaggio nell’ombra delle stanze, e dove odora l’odore e ciascun volto ha i suoi tratti, e i fatti sono i fatti e i sentimenti tutti provati e dati, io credo si realizzi la scommessa di una politica del senso. Una costruzione di valore per ciascuna cosa, prima del giudizio e perché infine sia possibile sapere da che parte stare, in vita, convivendo.
Questo accade nei narratori di razza umana, quelli che abitano il pianeta terra, pur dolendosi e alla ricerca di quell’iris che cambia le cose. Questo accade, nella mia lettura di per sé parziale in quanto soggettiva, nei romanzi di Giuseppe Genna, che contengono sì poemetti in prosa, ma che anche, in questa inversione della cronaca, sono capaci di ospitare ossimori e parti rotte del puzzle che ci contiene non senza qualche cedimento alla vertigine del nulla, lì dove finalmente vediamo. Come siamo fatti e quale odore abbiamo, e che ciascun odore è il prodotto di un corpo (sociale e individuale) che si forma, cresce, si esprime, matura, decade e infine (forse) muore. Così dunque, io ritrovo lo stesso passo e lo stesso NorthPlace sdrucito, se prendo in mano il Dies Irae, Fine Impero e questo suo ultimo La vita umana sul pianeta terra. Diversissimi tra loro, hanno questa capacità di aprire il dolore senza alcun bisogno di passare dal macellaio, di costruire un’etica senza indicarla, di definire una politica per le città, rimembrando con Soupault fra i campi magnetici che le uniche città morte sono quelle che non abbiamo amato.
La vita umana sul pianeta terra è un libro bellissimo, così come bellissimi erano i capitoli di apertura e chiusura di Fine impero, ci sono dentro tanta vita e morte e vita e morte e vita morte da togliere il respiro. Eppure c’è la sospensione, che è proprio a tratti come un soffocamento da prossimità, un esercizio erotico di rantolo pre-morte. E una emergenza improvvisa di tutte quante le fitte di amore non trovato che consentono la sopravvivenza del pianeta terra.
Piuttosto che fermarci sui tristi accadimenti e le parole sbagliate e gli affanni sociali e le buone intenzioni che in questa settimana hanno invaso i social, i giornali, i servizi in tivù, ecco, io vi direi: leggete La vita umana sul pianeta terra, cominciate da lì, e per favore, in un discreto, accogliente silenzio. O riprendete, se volete usare la parola madre, la parola padre, la parola figlio, anche Elisabeth di Paolo Sortino. E infine, mettete Hitler sempre di Genna, sui vostri scaffali, però, vi prego, leggeteli sulla soglia di un giardino d’inverno.
-
Oggi, alle 10,00, al Cimitero Acattolico di via Caio Cestio, la famiglia, gli amici e quanti l’hanno amata, saluteranno Lilia Baglioni. Ho appreso ieri di questa perdita così immatura con dolore struggente e incredula, smarrita. A pochi mesi dalla scomparsa di Gordon Lawrence questo dolore si aggiunge all’altro, già così segnato dal sentimento della solitudine del dopo. Lilia è stata una persona davvero importante, per me. Con Franca Fubini e con William Gordon Lawrence, mi hanno condotta lì dove le narrazioni sono più ampie di quanto noi possiamo immaginare e prevedere. Il suo contributo allo sviluppo del lavoro di Gordon, e l’inarrestabile pratica della democrazia e del Social Dreaming l’hanno resa una intellettuale preziosa e di rara grazia nel pensiero. Per me, a livello personale, una delle donne più significative nella mia vita. Credo che sia impossibile una parola di conforto, ma sia invece importante che la sua famiglia senta quanto ognuno di noi abbia amato Lilia. Sono certa che il cimiterino dei poeti, luogo in cui riposerà, saprà tenere Lilia fra le parole e un infinito canto, e vicina ai gatti che lei amava e disegnava da ragazza.La sua assenza mi addolora così profondamente che le parole si smarriscono. Con una vicinanza stretta a Henry, suo compagno per la vita intera.
-
Lei prenotava e amava i ventagli di sfoglia,
li usava a volte per dar vento al fuoco,e aspettava, in centro, i tavolini al café,
e in particolare uno me lo sento nostro.Abbiamo detto lì, solamente tra donne ,
spiritosaggini savie e frivolezze cruciali.E siamo andate in un altro, questa volta ai Prati.
per dare esattezza al vuoto del centro.Ed era tutto femmina, comprese le borse,
sia le scure agli occhi che le prese con graziaper farne colore di libreria africana
da lei che, ragazza, disegnava gattie difendeva i bambini regalando loro
le piccole pile da decostruire con zelo,una volta intuita la fonte di luce.
Aveva fiori bianchi in seno al terrazzo
e una fedeltà struggente a ciascun amore.E soprattutto ad uno. Al solo.
Avevamo sempre sin troppe sigarettea mettere zitto il dire di noi. Ed era
il suo sguardo che indossava i suoi occhi,e il corpicino snello li portava a spasso.
Lei non era un’isola, era un arcipelago,come si conviene a chi pratica il sogno .
La parola ora mi si fa inesatta, si disturba ed esita,se mi provo a dirle
(quale fosse dentro)
il sentimento del tè.Lei con noi rideva dei miei tre porcospini
venuti i a Londra a dirmie portati al maestro
come da tre bambine,col sorriso buono
sotto i baffi da uomo.Tu che sei così ricca
lo sapevi per certo
quanto è sciocco pensare
che ci siano Gestalt
che è possibile chiudere,o poter consumare d’un fiato stasera
l’amore e il dolore che mi dicono, te,
cenerina ai poeti.Sono certa, coi poeti, anche i gatti
sapranno sognare con te.Ciao Lilia.
-
Nel ragionare accanto a voi (mentre si sviluppa una rete fitta di contributi e suggestioni) il desiderio di dialogare, che nasceva all’invito a riflettere intorno al poetese e alle poetesse, si è concentrato (nell’ora dell’ascolto) sul bisogno di riflettere e portare a condivisione una storia. La storia è quella di un laboratorio “antiletterario” che ha avuto vita qui a Roma per 4 anni, dal 2008 al 2011.
Il laboratorio di scrittura biografica e sviluppo della creatività che ho proposto e facilitato nello spazio allora molto vitale della sede romana di Via Attilio Ambrosini del CEIS era nato intorno all’idea di applicare a un gruppo eterogeneo (per età, condizione sociale, rapporto con la narrazione ed esperienza formativa preesistente) quello stesso schema di intervento che da anni andavo utilizzando nelle organizzazioni.
Lo schema, che partiva dall’attenzione al dato biografico o autobiografico di persone e gruppi in condizione di lavoro o di convivenza sociale, conteneva alcuni presupposti:
– l’esistenza di una esperienza soggettiva o gruppale, vissuta e patita e utilizzata, spesso nella cornice di un non detto a sé e all’altro
– la possibilità per ciascuno di dotarsi di forme espressive che consentono la percezione di questa esperienza, e la sua restituzione in forma di “racconto” e quindi di visione e progetto
– la restituzione del potenziale creativo a ciascuno e ciascuna, attraverso la smobilitazione delle barriere erette a difesa del pensiero convergente nelle organizzazioni e nei luoghi della socialità e della formazione
– la consegna di un compito di individuazione del proprio linguaggio, a partire da esercizi di abilitazione narrativa come occasione di riappropriazione e movimento verso sé e verso il gruppo.
Il laboratorio si muoveva quindi intorno a poche regole ma rigidissime, una consegna di rispetto, e con il presupposto che nessuno dovesse essere ascoltato e vissuto per la “qualità artistica” della narrazione, ma se mai ospitato nel centro vuoto di una matrice di narrazione (luogo madre) con il solo scopo di consentire una esperienza di racconto.
Diciamo quindi subito, per sgombrare il campo da false intuizioni, a quali regole ci siamo attenuti e attenute:
– ad ogni incontro veniva data al gruppo una suggestione biografica per guardare dentro di sé, ed accanto ad essa uno strumento narrativo da “praticare” (ad esempio sul tema “il primo bacio” lo strumento narrativo epistolare da sperimentare)
– ciascun partecipante era libero di sperimentarsi nell’esercizio, senza alcun obbligo di riportare al gruppo la lettura del proprio lavoro
– ogni partecipante poteva decidere di astenersi dall’osservazione autobiografica o biografica, e ricorrere alla finzione, se si fosse sentito in difficoltà a prendere fra le dita lo specifico spunto.
Un gioco o un innesco preliminare (ad esempio le matrici di sogno sociale, il body painting, le mappe) portava all’amplificazione di ricordi, pensieri ed emozioni, per consentire a tutti di allargare lo spazio del sentimento e del racconto.
Non essendo il laboratorio un gruppo clinico, non erano mai consentiti commenti o domande di carattere personale sulle narrazioni portate nell’alveo libero della matrice, e le emozioni venivano accolte e contenute ma rispettosamente condivise nella sola sfera dell’esperienza di lettura.
Ognuno era lettore autonomo del contributo prodotto o poteva chiederne la lettura al facilitatore, e ciascun contributo veniva “festeggiato” per il valore riconosciuto alla narrazione in sé, al di là del suo maggior o minore impatto estetico e letterario.
Il presupposto dell’esperienza era che la creatività fosse una risorsa presente in ciascuno, spesso sepolta sotto abitudini all’elogio della ripetizione, e che la scommessa del narrare fosse quella di ridar vita a un modo di guardare le cose in modo nuovo e spesso non pensato.
L’esperienza, nel suo insieme, è stata ricchissima. Hanno partecipato al laboratorio circa 50 persone: alcune per i 4 anni, alcune per pochi incontri . Il gruppo ha accolto e fatto esprimere donne e uomini di età che andavano dai 20 ai 75 anni, persone con scolarizzazione molto alta e persone che non hanno mai avuto nella vita l’occasione di studiare, di leggere e scrivere di sé e per sé. E sono stati ospiti del Laboratorio amici che hanno portato la loro esperienza di persone, di artisti ed editori (in particolare penso con molto affetto alla presenza di Luigi Romolo Carrino, di Claudio Sanfilippo, di Mauro Mazzetti).
Ogni partecipante ha dato e preso e moltiplicato, e anche chi arrivava lì con una bella esperienza alle spalle ha accolto il compito del gruppo, che era non voler dimostrare di essere, né voler diventare lì dentro, “scrittori”. Piuttosto, abilitare una risorsa interna, la narrazione, e scoprirne le forme che assume dentro e fuori di noi.
L’esperienza mi ha insegnato che quando questa abilitazione si costruisce e si porta fuori, ad esempio nei luoghi di lavoro e convivenza sociale, qualcosa di molto forte accade: si impara a vedere ciascuno per le risorse che porta, e si guarda a se stessi con un po’ più di fiducia nella storia che si è.
Cosa ha a che fare questo con le poetesse e il poetese?
La ristrettezza inquietante del nostro tempo si coagula spesso dietro la necessità di definire e “inquadrare” i modi della produzione e del riconoscimento. Così quindi ciascuno aspira ad essere, nel piccolo del luogo, creativo, poeta, scrittore e veggente.
Il mondo è pieno di poetesse, ovvero di maschi e femmine che aspirano a dimostrare e dichiarare un talento, un status culturale riconosciuto e percepito, una appartenenza a un cerchio stretto che li consacra per elezione a uno scarto dalla mortalità attraverso l’opera e l’arte. Qui la parola poetessa assurge a simbolo di un tentativo di veicolare il sé in qualcosa che si percepisce come “capace di infrangere”, dotato di aura, e infine “seduttivo” a priori. E’ la retorica del creativo positivo, del poeta stravagante ed ammiccante. Del maschio che si fa femmina su un territorio sociale. L’io femmina speso invano.
Niente di più triste, io credo. E’ una nazione (e una storia), la nostra, corrosa dal delirio tragico dell’autobiografismo, dall’estetica della poesia come purificazione dallo scarto, come occasione di elezione e non di elegia.
E proteggetevi, se possibile, dalle scuole di scrittura creativa: sono il luogo di una vessazione sociale all’insegna del talento conforme che finge l’azzardo. Credo invece valga la pena di sorprendersi e persino commuoversi quando, fra tanto scrivere e tanto dire e tanto leggere e tanto cercare, viene fuori quel chiaro del bosco che si evidenza eccome per capacità di visione, di incanto e di scarto.
E’ la sorpresa del duro sentire che costruisce mondi, e non si dà pena di dirsi in fieri. Accade, ci cade in mano, e a tratti ci sovrasta. Lì vediamo un mondo, a volte anche solo a partire da un verso. Ma questo, non si insegna. Si esprime. E che cosa ci sia stato in ciascuno prima è nella cenere di Paracelso. E se vogliamo restituire, in ottica non sessista, alla parola poetessa la sua dignità (affinché anche non occorra dire di una donna: è un poeta), pensiamo in termini di genere che la poesia possa essere la cavità mai piena. Nata a far fiorire quel nulla che Celan ha ben detto.
Così dunque, oltre a dirvi di quel laboratorio e di come era nato e stato, avevo voglia di leggere con voi un testo di Ingeborg Bachmann. Che ho posato sulle immagini di avvio di Into the wonder, di Terrence Malick, al link:
Io leggo da lettrice, come posso.
(Nerina G., per il Laboratorio popolare di scrittura anti-creativa in corso presso l’Istituto Comprensivo “Spirito Santo”, a Cosenza)


