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    Succede a volte, mentre si lavora, quando il lavoro è fatto di impalpabili e generose confidenze e intimità, pur restando nel limite della distanza che facilita, che qualcuno che viene, per avere un luogo in cui pensare con un testimone operoso, porti a noi un pensiero che operoso si fa strada nella stanza di chi accoglie.

    Così è stato per me, giorni fa, durante una sessione di coaching, quando una persona ha riferito, seguendo la linea delle sue associazioni, una frase dalla persona accolta e tenuta dentro in un gruppo analitico. La frase era questa: “bisognerebbe che ciascuno di noi avesse sempre un amante”.

    Alla parola amante, che è densa di attitudini associative quanto una rosa antica di profumi di intensità inusuali, ho aperto dentro di me un lungo rivolo di riflessioni, che dalla sessione di coaching sono migrate prima nel mondo onirico, poi piano piano nel dialogo mattutino con l’esposo, infine in qualche modo nel sedimento emozionale di questi giorni.

    E non a caso la parola Amante è anche il titolo di ben due libri di straordinaria bellezza (Yoshua e Duras).

    Credo che nella vita ci si innamori in modo forte, definivo, assorbente, cannibale e desiderante, ospitale ed onnivoro, incantato, commovente e feroce, delicatissimo e inesausto, una volta soltanto.  Credo che si decida che la persona che amiamo sia quella con la quale vogliamo condividere una vita, e che questa sia la nostra. Uso il plurale ma ovviamente parlo solo per me.

    Senza alcuna distanza da chi invece ha costruito nella vita più amori. Ricostruire è un atto bellissimo, ricostruirsi anche. Ma io la vedo come Abelardo ed Eloisa, come l’Haneke  di Amour e il Von Triers della trilogia più recente, e de Le onde del destino.

    Ma allora cosa accade, ben dentro, quando sentiamo dire e dirci la parola amante, nonostante la fedeltà e la bellezza dell’unico amore? Accade, io credo, quel qualcosa che ci fa stare accanto a tutto quello che amiamo portando dentro le energie che sentiamo scorrere altrove, nei mille rivoli degli amori im-possibili, o nel parziale di quel che siamo quando viviamo pensandoci assoluti e ci accorgiamo di aver bisogno di tutta quanta la bellezza di ciò che abbiamo in qualche modo eluso o escluso da noi.

    Accade che siamo emozionati, sorpresi, incantati, strattonati, tirati, e che questo ci fa sentire vivi. Ancora parlo per me, ma l’idea che mi prende (se la ripenso) la parola amante, e fare amante lo sposo e la sposa, renderli imprevedibili, e persino portare sin lì quel qualcosa che vogliamo che innamori anche loro, almeno quanto innamora noi. Quel qualcosa che può esser vero solo visto da fuori (e senza l’unione), quella bellezza non infranta di qualcosa che non porta la meraviglia dei giorni, ma la bellezza stralunata e accecante di un giorno soltanto.

    La scommessa si gioca sul terreno della condivisione, del non usare contro ma usare per. Bisognerebbe poter essere amanti come lo sono Jules e Jim, e la donna che li rende amanti nei due sensi e amanti amati. E non mentire a se stessi su ciò che è dentro e su ciò che è fuori. Su cos’è la nostra vita e su cos’è la nostra vita per.

    Insomma, l’amore è un casino, ma l’amore è per davvero sempre uno soltanto. Parlo sempre per me. E l’amante, quello di cui parlavamo con la persona al lavoro (com’è bello il lavoro quando è anima e cuore), non ha nulla a che vedere con l’amore, non lo duplica, e non lo tradisce. E’ la tensione verso la scoperta di quel qualcosa che resta ancora da prendere, da scoprire, da condividere e da vivere con, e non contro, o senza.

    Un non amare che ci fa sentire innamorati, e non passa mai sulla pelle di un’altro o di un’altra, siano essi i nostri amanti dissennati. Dissennato è una parola bellissima se non nuoce e non mente, se profuma e conserva e protegge. Se sragiona nel cavo consenso del dire: sei bellissimo mentre ami.

    Qualcosa così, e volevo che tutto questo tornasse a chi me lo a dato nella sessione di coaching, e a chi me lo dà, lo consegna (ogni giorno), questo amore che non possiamo tradire, e che possiamo nutrire, se (soltanto) non esiste ferita.  Ma parola che torna, e si trova dov’era. Dov’è sempre stata.

    Tradere. E non tradire.

    Ri-consegnare.

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    Letto ieri– delicatissimo, toccante. con molte tracce di vissuti femminili. le madri interminabili e le analisi che non cominciano, e le barriere prima che nelle barriere, cadono le barriere dove però non c’è che un perimetro preciso, non negoziabile. La seduzione dell’ascolto vero, io ti vedo. Il tre che torna ad essere tranello e scampo. Il tre che ci consente di esser fuori, ma il due che restituisce. La chiave per vedersi essere visti. bella lettura, grazie a chi ha scritto– per la delicatezza tanta su temi che con troppa faciloneria si fanno altrove prova di eccesso. Così, mi va di dirlo, che mi è piaciuto tanto tanto.
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    Her

    Se qualcuno è stato mai in universo IRC, sa bene cosa voleva dire poter essere connessi. Bisogna essersi persi le notti e i giorni in una chat (e semi identitari, a volte poi per nulla identitari, immateriali, e scossi dalla potenza di un dialogo fra bit, che sotto hanno persone e vite che non si incroceranno mai), per sentire fino in fondo quanto di vero c’è in Her—e quanto poco ha a che fare con i Sistemi Operativi. C’è stato un tempo in cui la rete ha reso all’uomo e alla donna questa scossa, essere immateriali e tutto “senti: (non) mento”, tutta potenza che passa per parole, persino un non verbale della rete, la vita, il gioco, le passioni, l’oltre del limite che poi ciascuno cerca come crede. Fiumi di punti e di caratteri, parentesi, e stanze immaginarie.
    Questo io credo che Zuckerberg abbia infranto, quella bellezza tutta scossa che era il mondo del dialogo che non ha volto, non ha tempo. Il poter essere qualsiasi cosa. Nei casi più sfidanti, molte cose in uno stesso tempo, ed in più luoghi, in più non-luoghi. Peccato, la rete ci condanna ad essere cosa finita, marketing tracciati, ci mette addosso il limite che siamo. E’ stata lì, la prima cosa che si è rotta, della magia di una costante porta che sconfina. Adesso siamo qui, un po’ ministeriali, a volte, mi verrebbe su da dire. Senza impotenza. Tutto mondo. Siamo gettati, e siamo vittime del tempo. Che peccato. Ecco, pensavo questo, mentre vedevo Her–

    Nymphomaniac

    Da Le onde del destino non mi trovavo tanto dentro a un mondo. Questo sentivo, vedendo Nymphomaniac. La voce di Charlotte, che già da sola disegnava tutto, con tutte quelle pieghe, e il corpo che le passa in ogni suono. La mappa chiara, definita, di una persona e storia che si incarna, si fa misterica, protende. Gli alberi e poi la perdita, e la rotta che non cambia, e solo la parola amore che compone e che scompone, e ricompone, e il femminile che brucia ogni più vecchia piaga che si porti dietro la ragione. L’intelligenza piena del non sapere per codifica, e tutta la bellezza di citare solo Fleming, il masochismo che sta lì senza piacere, tutto dolore, psicodrammatico, estenuante, infine un innamoramento senza punto di ritorno. Il tema insopportabile del due che nasce uno. Il fare con le mani, i nodi. L’insufficienza di ogni numero, e la bellezza di ogni forma di rituale. Cambiare rotta, cambiare forma. Il non volersi sporchi e stare così candidi in tutto quel versare, e quel macchiare. Nessuno scatto pornografico, se mai la perfezione. Ed una storia così tutta universale, e quello scandalo di non poterlo dire. Ed il maschile che spiega, che giustifica, e lei, bellissima, che conta, che racconta, che si nomina e si dice. E nessun libro che racchiuda, il libro è lei, ma tutto pagina, senza nessun a capo, nessun dorso.

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    Ho ricevuto nei giorni scorsi, da Antonella Taravella, la cortesia della lettura della ricca Antologia “No Job – Visioni del Paese irreale ”, che le Edizioni Smasher hanno pubblicato a inizio anno.

    Ho letto i testi che l’antologia raccoglie, a cura di Enza Armiento, Antonella Taravella e Sebastiano Adernò. Gli autori sono molti, e i temi dolenti. Accompagnanti, come in una piccolo ossessione, dal dettato costituzionale che preserva o condanna l’uomo alla dimensione dell’io al lavoro.

    Cha l’Antologia si proponga di devolvere, attraverso Associazioni, a favore di chi il lavoro ha perso i proventi, è senz’altro intento generoso e lodevole, e lo sguardo che ogni scritto restituisce, con cifre e metriche spesso molto distanti, si concentra, con due sole eccezioni, sulla denuncia del dolore per la perdita di quella dimensione che lo stato ha dichiarato, e il modello economico sostenuto, come fondante. Con una perseveranza grafica che fa da controcanto agli scritti.

    Ringrazio Antonella per l’occasione che il libro ripropone per una domanda sul sentimento politico che le Antologie, in questi anni, sembrano portare, a partire forse anche da un’assenza delle piazze.  E come a volte nelle piazze anche nelle Antologie, il sentimento del dolore ha la meglio e denuncia e svela (nei casi migliori), lasciando a una solitudine la progettualità che è, nella nostra epoca, necessaria a toccare il tema del lavoro e dell’uomo.

    E’ impressionante come le due parole vadano insieme sul terreno della politica, della denuncia e del sentimento. Come se, in qualche modo, non si potesse ancora arrivare a costruire un discorso, una ipotesi conoscitiva e descrittiva, né una narrazione, a partire dal essere, per l’uomo, un mezzo. Un mezzo per altro. Alcuni testi provano a dire, ma credo ancora con un pensiero sentimentale, e non sufficientemente politico.

    Sono certa che l’Antologia faccia risuonare molte delle piaghe aperte, e la sua lettura possa essere il luogo di molti riconoscimenti, ma porto con me, con particolare affetto, la lettura di due autori, dei loro testi nel volume, per l’eccezione che citavo prima. Alessandro Assiri, che apre il volume con una prosa che, oltre che bella ed elegante, porta con sé la giusta dose di inquietudine ed incertezza (dichiarata persino nella forma che abilmente si adattata a queste) e Filippo Davòli, da cui estraggo, senza che serva commento:

    “L’hanno ammazzato sul litorale di Ostia.

    L’occasione fa per un giorno i poveri

    compari di uno che non conoscono

    e forse temono, perché il pudore

    è nelle cellule e certe cose

    si guardano a vista. Eppure fiutano

    nel legno uno di loro. […]”.

    Nell’augurare agli autori tutti che hanno contribuito al testo, e ai curatori, che possa anche questa Antologia andare a costruire, nella lettura, la memoria di una sofferenza che questa nazione, questa età della Storia e questa comunità di “poveri” condividono, esprimo anche un piccolo sogno e desiderio: che venga alla luce, e presto, una voce lirica, o un canto notturno, o un tractatus, che possano dire di come allora, di cosa ancòra, e di dove andare, a dire le parole: sulla persona, risanata dal lavoro.

    (Nerina Garofalo, aprile 2014)

  • (spesso mi chiedo se abbiano senso i non commenti, che sembrano commenti e non lo sono–  però davvero è un gioco d’attenzione, e a volte, a me, succede; di chiedermi, di fronte a dei “mi piace”, senza parola, senza una sottolineatura: a sì, e cosa ti piace? fai bene tu a ridirlo: allora dimmelo: cosa ti piace? — sia la scrittura, sia la forma delle cose (le rose, i versi che poi prendono le righe, la morale, la scossa un po’ immorale, l’immaginario che applichiamo quando leggiamo, o divoriamo, o frettolosamente percorriamo, come dei vicoli un po’ stretti, troppo bui, maleodoranti, dal pavimento incerto…) ecco, ti metto qui uno scritto intero, e mi riservo lo scandalo che pure infastidisce me, di metter solo un piccolo mi piace, quando il commento appesantisce, non dice, non tormenta.

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    Avevo intravisto ieri sera, sul wall di @Silvia Molesini, questo articolo di Veronica Vituzzi. Che Silvia riportava sul suo wall di FB, con un commento.

    Ci son tornata su stamane perché l’adolescenza, con questa sua scoperta di intimità che tutto a un tratto diventa condivisa, nell’esperienza del corpo che incontra un altro corpo, mi sale spesso in mente in questi mesi.

    Ci sono stati ben tre film che ho visto di recente che hanno segnato un bello spartiacque con un pensiero (come quello di chi scrive nell’articolo che Silvia riportava), che mi è arrivato, ad eccezione che per la chiusa dello stesso, un pochino inadeguato a descrivere da solo qualcosa che, fra generi e trasformazione del pensiero sul corporeo, richiede un punto di attenzione meno sessuato e forse più sentimentale e sessuale.

    Vere per certo alcune delle cose dette, soprattutto quelle che stanno sulle voci di potere, di conquista, ma sembra quello, preso a solo, un universo che mutua molto da certo immaginario che il marketing della scrittura femminile ha ben ripreso e riciclato in questi anni dal mondo sottomesso della donna come punto che si apre da cui partiva il femminismo.

    Credo che invece, in qualche modo, la questione, ad oggi, sia essa stessa assai più aperta, violabile e confusa.

    I film che mi tornavano alla mente sono Elles, di Malgoska Szumowska,
    Giovane e bella, di Ozon, e l’ultimo nel tempo “Vita di Adele”, dalla stupenda Graphic Novel “Il blu è un colore caldo”.

    In tutti e tre c’è un tema, che sembra premere alla porta schiusa del corpo femminile, e questo è il tema del silenzio. Stesso silenzio su un sentimento di sé e una scoperta del corpo (nel caso di due dei film un corpo che si fa parte di un desiderio omosessuale), silenzio che si porta nel cerchio della casa (ignara di una crescita e di un modo di sentirsi), ma anche nel più ampio cerchio degli abbracci, quello amicale di chi vive intorno a noi mentre cresciamo, ovvero l’altro corpo adolescente, che ci è nemico, amico con riserva, e a tratti sconosciuto.

    Aggiungo ai film di sopra altri tre film: lo splendido “Lila dice”, che Ziad Doueiri trae da Chimo (pseudonimo dell’autore che ce lo dona come libro), e i più recenti Disconect di Henry Alex Rubin e il conturbante Two mothers, di Anne Fontaine.

    Ed anche qui, mi sembra, che ci si imbatta in qualcosa che pone un ponte fra crescita e silenzio ed età forte nei dialoghi mancati, o sottintesi, col mondo degli adulti. Con le metafore per essi sufficienti.

    Che sono le metafore del post, prese dai luoghi del dominio e non nella più evanescente terra di nessuno del silenzio e del pre-sentimento.

    Tema ricchissimo, tema intensissimo, persino luogo di memoria e di spavento (memoria di noi stati adolescenti, dei nostri figli che si scoprono e che cercano le strade, per dirsi e per capirsi, per incontrarsi, per farsi grandi).

    Insomma, mi viene voglia di pensarci su, anche per via di un titolo ed articolo che campeggiavano sul fatto Quotidiano giorni fa. Mi viene voglia di capire se possa essere soltanto l’ottica di genere a dire e render meno infranto quel processo che porta all’apertura all’altro (che si sia uomo o donna non importa (penso alle prime pagine del Pallonaro di Luigi Romolo Carrino, a Un bacio di Ivan Cotroneo, al bellissimo Ivan il terribile di Alcide Pierantozzi ).

    Mi piace assai il piccolo commento che Silvia ha messo nel rilancio dell’articolo: una buona direzione. Non so se proprio lì ci sia una buona direzione, certo un bel lancio per pensieri ancora. Io me lo prendo come appunto di lavoro…

  • pittogramma - N.G.
    pittogramma – N.G.

    Si è svolta ieri, nella bella cornice di PerPiacere,  la presentazione romana del libro di Giuseppe Varchetta “Ettore Sottsass, Tornano sempre le primavere, no?, uscito nel dicembre scorso per iniziativa editoriale di Johan&Levi.

    Ho avuto, in occasione di questa lecture per sguardi,  la preziosa occasione di una nuova riflessione sul percorso fotografico dell’autore e su quello narrativo e poeticamente epistemologico suo e del suo ospite Valerio Magrelli.

    Occasione nata dall’esser stata coinvolta nella presentazione a introdurre il loro [e il nostro] incontro e dialogo, sul territorio analogico dello scatto fotografico come forma narrativa, gnoseologica e di epifania.

    Nel preparare l’incontro ho ripercorso una serie di pensieri, annotazioni, emozioni e suggestioni esistenziali che hanno accompagnato in questi anni la scoperta del lavoro fotografico di Giuseppe Varchetta.

    Lasciando all’esperienza storiografica e interpretativa di Varchetta e Magrelli la restituzione di un racconto della figura e della esperienza creativa di Ettore Sottsass, che è per Varchetta anche racconto di una lunga, profonda e solidale amicizia, mi sono lato mio rannicchiata in una lettura dell’esperienza fotografica e dell’opera in quanto ri-rtratto nel luogo del pensiero narrativo come esperienza di conoscenza che sento a me più proprio.

    Quello che voglio qui restituire è quindi solo la traccia di lettura che si è depositata (accanto alla coesistenza nel paesaggio della piccola mostra e della sua corporea avventura dialogica di questa occasione romana), nel paesaggio interiore che la rilettura aveva disegnato per me nei giorni e nelle ore precedenti.

    Ecco quindi così, come dovuto in forma di rosa, le annotazioni che avevo preso e sono in parte rimaste [come dovevano] dentro di me, a ridire a latere e dopo.

    Da fuori verso dentro: la fotografia di Giuseppe Varchetta parte da e si appropria di istanti in esistenza. Questa esistenza è segnata dal luogo fisico dell’esperienza del mondo che è sempre fuori dalla dimora strettamente personale del soggetto (sia esso singolo o in piccolo gruppo), e sempre colta in un istante che contamina persona e mondo.

    Varchetta è un corpo che ritratto si pro-tende: in questo senso femminile, rivolto a, un luogo che accudisce la sua perdita, nell’innocenza dell’istante nel suo farsi già passato. E’ come se, dall’occhio tondo della lente, portasse fino al limite del perimetro inviolabile dell’altro un furto di emozione, una carezza senza detto, il lato muto di un sussurro. Prende qualcosa che nell’altro sfugge al desiderio di esser detto, che la foto dice inesorabile e per sempre. In questo senso, rabbiosa di impotenza, la foto uccide ciò che ama: l’irripetibile ed il sempre.

    Volti che si aprono e si chiudono: son quasi tutti, ad eccezione del ritratto esplicito che fa al suo Sottsass per narrarlo in territorio altro, volti protesi al dentro di ciascuno che si aprono o si chiudono, a seconda del sentimento intimo del tempo che ciascuno vive, in quell’attimo di scatto,  e che Varchetta guarda, come direbbe Sottsass dicendolo fra loro, sempre e soltanto terribilmente amoroso.

    C’è proprio tanto amore, in ogni singolo suo scatto. Dove lo scatto si fa bello per andar bello da chi è bello (Platone nel Simposio), e dove in fondo nessuno è bello in un senso patinato, ma tutto ha luce di quella stretta finitezza che ci rende eterni per l’attimo che diamo, che dichiariamo, che coltiviamo in esistenza.

    Immaginare anche solo una parola, accanto a questi scatti, sarebbe un sacrilegio.

    Se metto accanto, nella mente, gli istanti di Varchetta, se ne vien fuori la spiaggia dove gli angeli cantavano per Wenders. La voce che fa sotto-fondo a tutta l’opera è un canto che ri-dice che le voci del mondo non possono che essere cantate. Un battito, che viene prima e viene dopo le forme del linguaggio.

    Eppure esiste una seconda piccola ossessione, per le parole che compaiono d’un tratto, fra le figure, dentro i passi, come una epifania di un dio che si è perduto e scrive sulla sabbia. Senza che noi si sappia cosa. Così direbbe anche Giovanni, evangelista. E sono quelle che compongono per parte un’opera, un’insegna, la fitta di uno strazio sulla storia in galleria.

    C’è una dinamica straziante che passa dal sorriso al viso al cielo, come se il cielo fosse sempre troppo basso per poterlo dire. E’ orizzontale, a volte rischia il brivido di un salto che ci sposta in prospettiva, che ci fa piccoli, che ci sottrae e insieme ci fa parte della rigidità del muro.

    Qualcuno parla, ma non sappiamo cosa dice, qualcuno si protende, qualcuno si sottrae.

    C’è un femminile che è come portatore di un compito nel mondo, a volte il femminile si mostra come prima di un disastro (e non per caso ieri Varchetta ci diceva di Anselm Kiefer) che lo condanna al femminile doveroso. E spuntano le ombre di bellezza quasi androgina, benché marcata da una sensualità elegante, fatta di danza, di movimento che ci sposta anche da fermo.

    C’è invece un’altra forma di sensualità maschile che è fatta di presenza, di consistenza, di esperienza, di cattura e di presenza volitiva. Persino quando, come nel caso delle foto che disegnano l’estremo fra nostalgia bagnata che si allaga e dismisura nella vita,  nel bel ri-tratto del suo Sottsass, questo volere è un dis-volere, un volgersi, un sottrarsi.

    Ri-tratto che si ri-trae per commozione dal poter d’essere che si fa quasi insofferenza in esistenza. Come se per davvero fosse del tutto insostenibile che queste fioriture, queste primavere, siano lì sempre per tornare, e noi, noi nonostante, invece, noi fossimo stagione lunga, che sfiora i fiori e si ritrae tremando.

    L’amore salva tutto questo, io credo. L’amore per tutto quello che può essere in ciascuno degli istanti, come una mano che si è presa all’amo della silenziosa pesca del fotografare. E non si può lasciar andare.

    Così, eccola qui per noi, la mano dell’istante, che tocca tutto quello che è impossibile cercare di toccare. L’inafferrabile del tempo nostro. Il dio che non sappiamo, ma non c’è niente da sapere.

    Se non:  la religiosa forma della rosa che da ogni nulla ci protegge, e che ci impiglia.  In amorosa conoscenza di ciascuna cosa.

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    Avevo preso, prima di Natale, la raccolta di inediti di Renzo Paris “Fumo bianco”, da cui in un reading avevo estratto un testo che nella prima lettura mi aveva particolarmente commossa. Il testo era “A questo punto”, dalla seconda sezione.

    Avevo fatto allora una lettura parziale dei versi che, da una raccolta all’altra delle cinque, mantengono (mi accorgo oggi) una continuità commovente.

    L’ho ripreso stamane, all’alba e in una lettura intera nella casa silenziosa, ed è stata una immersione che ha seguito il tempo, con la rara ed esatta sensazione di seguire una partitura.

    L’attualità esasperante della bellezza del verso antico, che si rimescola a una Roma che ha i colori di Pasolini, del Pasolini più intimo, e del cimiterino degli Inglesi, mi è scesa addosso nella sua novecentesca approssimazione così bella alla prosa.  Ma io son una che ha sempre amato Pavese , con il suo verso lungo e intatto al vezzo metrico. Quindi,  non faccio testo, però leggo.

    E’ stata una lettura intimissima, che dagli anni novanta arriva oggi con tutte le tracce che Paris ha portato fra mondo onirico, infanzia, storia e macerie con una eleganza che stordisce.

    E poiché sempre a me piacciono le storie, prima ed insieme alla forma delle cose, mi son sentita in un agio di lettura lacerante fra Pietralata, il Verano, i divanetti leopardati e quello smarrimento che si intravede fra le gambe giù al binario. Così ho tremato alla terzina: “Io sono uno che quando sento/scrivo, di una voce antica/che mi detta dentro”, e così  dunque anch’io io bevuto lacrime di papavero e atteso che finisse il rogo della piccola ciocca.

    Ero impressionata dal fluire filmico delle teste piccole e ricciute che fan dentro spazio per dar vita in espulsione, quella poesia che è tutta lancinante di gesto minimo e sacrale quando il bambino porta tutto il corpo a dire, ed a sperare. E’ sacra anche la notte, dove siamo soli. Mi risaliva una scossa alla Morante.

    Lì, fra radici che si impigliano alle ortiche, e Renault rosse che non son macchine da rottamare, ho seguito quieta lo scorrere del tempo e il tempo in verso. Una lettura salvifica, accorante, che porta tanta vita come quando si imbeve al corpo giovane che passa l’obitorio e torna a Capodanno nei versi stretti al corpo nel freddo di gennaio (per Amelia Rosselli).

    La cerimonia dei bicchieri e il grigio a San Lorenzo. Ci sono i cimiteri, e le stazioni, e le dimore soggettive e personali, le ricordanze che si fanno Elisa ed anche Alice e Cinzia, così diversamente. Poesia maschile, come deve essere, incarnata. Una lettura straordinaria, ricchissima, vivificante.

    Son due tratti d’aurora che mi sveglio, presto, a leggere Poeti. Ieri era stato il Sangue amaro di Magrelli, oggi qui il Fumo bianco che ho sentito risalire come si fa nei riturali di passaggio.

    Mi sembra sia un antidoto a quello smarrimento che mi coglie e coglierà fra poco, alla comparsa sul televisore del primo notiziario.

    Paris, questo suo libro, questa raccolta che non nega il campo, è proprio un dono, come un inciampo che riapre .

    E me ne andrò a cercare “Album di famiglia”, curiosamente uscito nei 90 a cura del Magrelli che era qui ieri mattina, a scongiurare Renzi e tanto d’altro.

    (grata, n.g.)

    *

    I lirici greci

    //

    Leggevamo i lirici greci

    a voce alta, nelle soste

    selvagge tra la lenzuola

    //

    sudate. Non ci cale del tempo

    uggioso, della pioggia sui vetri.

    Io questi versi amo leggerli

    //

    di seguito, senza protezione.

    Così diventiamo una grande attrazione

    per la morte.

    //

    (Da Fumo bianco, Renzo Paris – Elliot, 2013)

    *This is not an abandoned car è nei versi di “Questa non è una macchina abbandonata”, la seconda delle cinque raccolte in Fumo bianco.

  • A un anno dall’abdicazione di Benedetto XVI, ho ill desiderio di ri- condividere qui il testo scritto la sera successiva, pensando a questo atto di intelligenza e assunzione di responsabilità che mi aveva molto colpita, commentato, a un anno di distanza, da una annotazione che ho condiviso nella comunità cristiana che mi accoglie.

    *

    La costruzione del dialogo è un atto d’amore al servizio del Bene  

    (Nerina Garofalo, 16 gennaio 2014)

    Nel pensiero e nel sentimento della comunità cattolica quest’anno appena trascorso è stato segnato da due eventi inaspettatamente sorprendenti: l’abdicazione di Papa Benedetto XVI (giunta in un momento di forte turbolenza politica e sociale, che reclamava una presenza attiva della Chiesa a tutela del messaggio cristiano, e che poneva al Pontefice una domanda sulle energie necessarie alla vicinanza attiva), e l’Elezione di Papa Francesco.

    La domanda che ha mosso Benedetto XVI a chiamare a raccolta le forze della chiesa ne poneva un’altra, conseguente, sui linguaggi necessari a scalfire un pregiudizio sedimentatosi nel mondo laico e agnostico. Un pre-giudizio verso una Chiesa impegnata sul versante della dottrina e della sua stessa salvaguardia, più che nella presenza fra i quesiti e le interrogazioni (nel senso religioso  e civile del termine) che la comunità cattolica di base poneva e pone con sempre più forte insistenza.

    La comunità di base, e con essa tutto un mondo che si confronta con la convivenza nei cambiamenti sociali, ha aperto nell’ultimo decennio interrogativi forti su temi che fondano la sopravvivenza della comunità civile e di quella cristiana.

    Un domandare che parte dal tema della dignità dell’uomo (intaccata per sempre dalla Shoah, colpevole anche di aver permesso e legittimato la negazione dell’umano non soltanto verso il popolo ebraico), e della “pace” come occasione di sviluppo e di crescita, per arrivare a confrontarsi con l’attuale declino di tutte le forme di progresso sociale fino ad oggi proposte dalla cultura occidentale e duramente messe in crisi da una internazionalizzazione senza dialogo.

    Così dunque l’accesso al lavoro, la dignità nel lavoro, il rispetto della persona, la comprensione della necessità di uno stato laico e democratico, le politiche dell’accesso, la cultura dei minori come risorsa e della produttività come sinonimo dell’esistenza qualificata e non della produttività economica, sono diventati temi inaccessibili per una società che possiamo definire non in declino ma infine morente.  Una società suicida che perpetra la negazione per determinare oligarchie, e che disimpara le parole piuttosto che generare nuovi linguaggi.

    In tutto questo, l’elezione di Papa Francesco, con il suo portato di creatività, umanità, capacità di ascolto e consapevolezza dei limiti del reale, ha come aperto un varco nel buio delle biblioteche, lasciando che le pagine, e le parole, e con essa “La” Parola riprendessero terreno mettendosi in gioco fra le domande a cui le comunità, sia agnostiche che di fede, non sanno più bene come e cosa rispondere.

    Senza nessun atto ad oggi interpretabile nella distanza dalla interpretazione teologica del suo Predecessore, questo Papa ha costruito però la sostanziale area fertile da tutti ricercata, nella qual seminare le domande e poter far crescere le risposte, che sono, in questo tempo, innanzi tutto risposte di ascolto e con-vivenza, a partire dal recupero delle parole comuni a chi vive nella fede e a chi la fede guarda da una distanza, ma con il desiderio di non esclusione pregiudiziale.

    La domanda sulla fede è una domanda sul senso delle nostre vite, e questa stessa domanda abita e cresce anche in chi la fede non incontra. Le risposte possono essere del tutto differenti, ma è la dignità della domanda che la Parola di Dio per prima accoglie con la rappresentazione di sé incarnata nella vita del Figlio.

    Ed a questa domanda, Papa Francesco parla quasi rispondendo prima a una comunità “extra-parlamentare” ed esogena.

    Nel pieno compito dato dal Padre, è a chi non ha incontrato che per primo rivolge l’ascolto, disseminando il suo cammino episcopale della tenerezza che ha luogo sempre in primo luogo fra chi domanda senza sperare che la risposta arrivi.

    E lo fa con grande concretezza riprendendo i luoghi missionari dell’esistenza della Chiesa, che non hanno altrove. I luoghi del dialogo con chi interroga sul diritto alla vita e sul diritto alla morte, sulle forme della maternità, della paternità, del matrimonio. Sulle concretizzazioni politiche di una umana coesistenza, basata sulla sconfitta della povertà, della solitudine e del disaggio.

    Lo fa nella vicinanza piena di Pietas che lo fa simile a Enea, quando accoglie il fardello di una domanda di insistenza terrena, di sradicamento delle consolidate forme di risposta verticale, e riapre il versante di un dialogo profondo, in cui non possiamo dire che la Chiesa sta trasformando il suo messaggio di fede e la sua epistemologia, ma per certo sentiamo che sta dialogando in modo fertile , fruttuoso e genitoriale, per la costruzione di un confronto e di una coesistenza.

    Andando a recuperare le parole “comuni” che restituiscono all’uomo e alla donna la propria dignità sentimentale anche nella distanza dai comandamenti di fede, colmando la distanza fra comandamento e convincimento con l’uso per nulla retorico della parola amore. E della sua intrinseca e disperante tenerezza.

    Perché l’amore, in terra non ci salva dal dolore, ma ci fa migliori. E perché è questo amore che restituisce nella fede il sentimento di dignitosa presenza nel mondo al servizio del bene di tutti, rispettando ciascuno.

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    E loro dicono che la finestra è accesa

    mentre parlano, che io non dormo.

    Invece dormo, o almeno tento. Stento.

    *

    E mi rigiro fra le lenzuola bianche in lino,

    che hanno l’odore di quelle che mia madre,

    ed il colore della camicia stesa ad asciugare.

    *

    E mi tormenta questo nugoletto d’ossa,

    questo sudore che m’imperla, nei giorni

    della merla. Fa così caldo, qui, questo torpore.

    *

    Ma non mi sembra vero che ti vedo, che il

    biondo candido della tua ciocca si fa via

    per mano che si porta agli occhi. Fatti guardare.

    *

    Ero come un bambino, quando ho iniziato

    a risalire, il fiume. E il fiume si faceva solido a ogni

    passo, era un sentiero, che traversava un bosco.

    *

    Ero così felice quando ho lasciato a casa la

    giacchetta, e mi sono messo a ricercare.

    Come ci si rimette a Dio, quando ci incalza.

    *

    Ed era così notte, ogni mia notte, passata con

    i gomiti alla tavola a studiare. A far quadrare

    il cerchio, l’anello, oggi il girone dell’Inferno.

    *

    Ed ero già dimentico, atterrito, per tutto quel

    clamore e clanghete di ossa. Per quello sterminato

    campo che accoglieva il mietitore. Ma io mietevo altrove.

    *

    E non ho smesso mai, di mietere e cercare. Per ritornare

    a te, Signore d’occhi muti alla bisogna,  forse solo se sogna

    ti vede il pellegrino. Ed io ti vedo. Stanotte qui stravedo.

    *

    Oggi ti colgo intero, oggi ti sento, oggi tu mi conosci.

    Son stanco di portare addosso gli occhi. Li metto

    qui da parte. Che possano sanarsi. Un dono dell’inverno.

    *

    Son stato immemore e gioioso, con quel tuo rosso fuoco

    tutto addosso. Un re beato nel reame a dire, guardare anche

    la neve che va a prendere a carezze ogni sfinire. Oggi sfinisco

    *

    io, e questo no, non lo so sopportare. Ma lo so dire, lo posso

    riparare. Devi insegnarmi ad esserlo e pensarlo, che mi stacco.

    *

    Dammi la forza della foglia antica che dall’oro muove,

    mettimi le babbucce, che voglio solo un pochino riposare.

    *

    (n.g. 12/2/2913)