• (http://blogdiclo.blogspot.it/2013/03/primavera-si-sta-avvicnando.html)
    (la foto è in rete, non ne viene indicato l’autore)

    Da qualche giorno ho aperto per la terza volta in questi ultimi anni una Matrice di Sogno Sociale in Gruppo Chiuso di FB. Il titolo della Matrice, questa volta, come chi sa chi è nel Gruppo (chi lo desidera può chiedere di essere iscritto con il solo impegno al rispetto delle regole di posting e commento descritte al suo interno), è “Una società affamata, un ossimoro prezioso”.

    Il titolo, come il luogo, non è per una matrice un tema, è solo il perimetro in cui la matrice inizia, così come in quelle dal vivo esiste un luogo fisico e un tempo preciso che la situano.

    Ho aperto la terza matrice perché in quelle precedenti ho visto accadere qualcosa di prezioso, sia per lo sviluppo delle narrazioni sociali che per chi vi accede in funzione apparentemente passiva.

    In molti, pur essendo parte del gruppo, non intervengono con sogni e associazioni ai sogni, ma permangono in ascolto e manifestano, in assenza del luogo, sentimenti di nostalgia per quella forma di parola e di narrazione.

    Questa è, a conti fatti, forse la più grande ricchezza generata dalle matrici on going, capaci di mantenere aperta la forma dell’incontro, e di offrire il frutto delle associazioni, perché ciascuno partecipi in due dimensioni:

    – elaborando dentro di sé i significati soggettivamente spendibili della narrazione (ascoltando scopro che ci sono delle metafore portate dai sogni che mi aiutano a comprendere, a pensare, a toccare quello che Gordon Lawrence definiva il non pensato, così affine all’infinito)

    – apprendendo, dalla pratica personale o anche solo altrui, una modalità di ascolto e restituzione del tutto priva di quelle caratteristiche tipiche dei dialoghi sociali e organizzativi. Nella matrice, non ci sono domande, non ci sono interpretazioni, non ci sono attribuzioni di significati legate ai sognatori, mentre ha campo una forma di costruzione narrativa che procede per amplificazione attraverso le associazioni di sogni a sogni e di associazioni libere a sogni e ad associazioni.

    Non accade nulla di complesso, accade invece qualcosa di generativo. La disponibilità a pensare viene trasformata in un susseguirsi di metafore e accadimenti portate dai sogni, in un luogo, a una specifica matrice, e offerti alla generosa apertura associativa degli altri andando a costruire una sorta di affresco sociale, una specie di installazione per immagini, che riempie lo spazio e si offre come risorsa. Per pensare cose nuove, per veder eil non visto, per accedere auna modalità sovrapersonale e priva di protagonismi.

    La difficoltà a stare nel flusso narrativo di una matrice è data a volte proprio da un sentimento narrativo differente che in alcuni si propone come sostitutivo della tentazione a domandare e interpretare. Insomma, è il tranello a cui l’Host della matrice deve prestar cura contenendo, quando accade e si propone nonostante le regole della matrice stessa.

    I partecipanti abituali alle matrici di sogno sociale acquisiscono una modalità tutta specifica di pensiero, di dialogo e di osservazione della realtà e dei vissuti. Ovvero, mettono prima della interpretazione tutto lo spazio che serve alle cose, ai pensieri, alle convivenze, per respirare. E quindi, spesso dialogano delle cose per associazioni, non facendosi domande o dando opinioni, ma anzi, allargando con il pensiero emotivo lo spazio di una affermazione, con il desidero di allargarla per com-prenderla e restituirla arricchita di possibili pensieri altri.

    E’ un modo, di pensare di dialogare e di restituire, fondato sul rispetto, sull’ascolto delle immagini del sogno e non dei sognatori. Basata su una competenza a nessuno esclusa o preclusa, quella legata al sogno del notte e della libera associazione. A nessuno preclusa ma in molti luoghi sociali censurata in quanto non ammessa dalle logiche della negoziazione, del protagonismo e della interpretazione così care a un pensiero che non allarga ma stringe.

    Quando ho avuto la fortuna di essere in matrice con Gordon Lawrence, Lilia Baglioni, e Franca Fubini, e con molti degli Host che come me con loro si sono formati a con-tenere le matrici per renderle sconfinate e sconfinanti, ho provato sempre un sentimento di grande libertà, una emozione connessa alla navigazione narrativa in quella forma in cui è la navigazione ha dare infine la rotta e non l’inverso.

    Da più di un anno Gordon non c’è più. Da meno di un anno anche Lilia ci ha lasciati. Un anno fa ho partecipato per l’ultima volta a una matrice con Lilia. Abbiamo pranzato sedute vicine, sento il suo sorriso senza mediazioni ancora vivo davanti a me.  Ma non sento alcuna assenza (se non quella, e quella molto,del calore dei timbri, del colore degli occhi). Mi sento sempre accompagnata, navigo sempre un po’ con loro, per pezzetti del giorno, per archi di tempo. Dove non c’è caduta, dove le cose dicono le cose.

    Spero che questa nota possa aiutare un po’ il dialogo esterno alla matrice per chi volesse entrare e partecipare. Nella libertà del silenzio e del sogno notturno. Per usare poi tutto questo come e dove si vuole e si può, negli altri modi del vivere.

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    Still Alice, scritto e diretto da Richard Glatzer e Wash Westmoreland, è un film straordinario che senza alcuna retorica racconta i temi del ricordo, dell’identità, del gruppo di famiglia, della sua perdita e del diradare della mente.

    Il diradare dei luoghi, delle parole, dei compiti e dei ruoli, ma non dei sentimenti. Amore e dolore, e paura e disamore, per la sopravvivenza o per parziale in-differenza, vengono qui raccolti, porti, detti, in tutta quanta la medietà del nostro essere nel mondo, accolti e disaccorti.

    E’ c’è un’impressionante Julienne Moore che interpreta, con empatia che è quasi insostenibile, la storia di una docente di linguistica colpita (assai precocemente) dal morbo detto Alzheimer, che irrompe nella vita, e nella sua di storia (genetica e di madre), proprio a partire dalla perdita di tutte le parole.

    Perdita che è dei nomi delle cose, degli orari sui taccuini, degli ingredienti nel pancake. Con tutta la ferocia di un piccolo tsunami di cui coglie sin da subito il profondo ed iracondo essere grande, inarrestabile, ed infine inaccettabile. E nonostante tutta la sua intelligenza vigile d’inizio, la vita la depriva persino del diritto a mettere una riga sotto tutto quel suo perdersi e disperdersi. O forse la protegge il caso.

    Ci sono i figli, con le loro vite e assenze, con tutto il loro voler dire che si sta comunque, che si tiene fermo il mondo, anche se accanto c’è chi amiamo che non siamo più capaci di ospitare dentro, presi che siamo dal nostro progettare vite e mondi.

    Credo che chiunque abbia incontrato, accarezzato anche soltanto con lo sguardo la perdita di senso e non di sentimento che ci lascia muti alla barriera dello smarrimento (di questo specifico, preciso e tormentante smarrimento), sappia per certo quanto di ambiguo, ambivalente, indifferente alla sostanza si celi sotto il nostro sguardo, che noi vorremmo sì pieno di amore, e a volte invece è solo pieno delle nostre vite, indifferenti a quella perdita nel nostro esser integri e pensanti, e non sa  stare, non può dire.

    Ho amato tutto, in questo film (come era stato per quello su Iris Murdoch), ma qui la medietà ci coglie interi per davvero. E siamo noi. Con cumuli di impegni e di progetti, così incapaci di pensarci fuori dallo schema della vita per ritrovare quella vera, così colpita e infragiita e  intera nella sua mancanza.

    Perché davvero, se non siamo ipocriti, noi lo sappiamo: il diradare della mente ci taglia fuori, e lascia fuori, e ci vorrebbe disperatamente dentro. E noi quel dentro non lo com-prendiamo, non lo possiamo reggere, non lo conosciamo. Ci sfuma tutto nei contorni di chi amiamo. Ci rende isterici, contratti, e poi nervosi, e infine stanchi.

    E tutto quanto l’amore che proviamo non fa altro che portarci lì dove noi non siamo con, non siamo per.

    Ma per Alice c’è una figlia che si accosta, che si ritrova, che toglie ogni lucchetto dai diari, che si ridefinisce nel suo mondo per stare dove accade che si stia perdendo la mente della madre. E la accarezza senza mai toccarla. La copre di un pudore che sa dire e sa significare. Che non condanna un padre che tradisce, che insegue per difendersi un suo modo (di sopravvivere al dolore e al sentimento della fine, sua più che di Alice).

    E noi sappiamo che spesso lo facciamo, tutti e tutte, non ci facciamo sconti, è vero. E’ mondo. Mondo che non si conta e non ci conta. Mondo che non sa dire di ciascuno, proprio ciascuno dei capelli sopra il capo. Noi siamo la paura che ci accada, che ci riguardi, che ci intacchi.

    Forse dovremmo solo stare fermi, accanto, per il possibile, sapendo che è uno scacco. Ma che scacco sarebbe se ci fosse un nostro dire, un nostro fare capace di cambiare le regole del buono, del sano, del produttivo, del futuro. Perché la vita non è fatta di progetti. Credo, piuttosto di occasioni. Di piccole, fugacissime occasioni per carezze, per essere migliori, di come siamo, di come re-spiriamo.

    Credo che ognuno possa dire sempre, guardandosi allo specchio, quello che dice Baldwin nel partire, nel lasciare che sia la figlia a ritrovare la via delle carezze: “tu, cara mia lo sai che sei, [decisamente], un uomo [e si mantenga la ferocia del maschile, geniale colpo di intelligenza bivalente nella sceneggiatura, senza disperdere l’intelligenza di questa notazione degli autori] migliore di me”.

    La nostra forza, nel mondo, è uno stereotipo, che ci lri-ascia mutilati, se noi non lo spezziamo.

  • Ho trascorso l’estate, e i primi mesi che approssimavano all’inverno, a osservare e connettere, in una ipotesi di lettura, un centinaio di scatti scelti da Giuseppe Varchetta per una sua narrazione visiva dell’incontro con Parigi dalla fine degli anni 70 ad oggi. Ho avuto il privilegio di poter pensare e rintracciare un filo narrativo  con assoluta libertà, andando a ricercare i significati che ogni singola fotografia proponeva, in termini di apertura di una finestra temporale, e contemporaneamente lavorando a una comprensione della poetica visiva di Varchetta per la capacità che ha la sua opera di mostrare un “posizionamento” possibile del fotografo nel mondo e di chi guarda nel perimetro rivelato dal B/N e catturato nella sua dimensione analogica.

    Quello che state per aprire, se aprite ON S’EST RECONNUS, PARIS, e’ un racconto di inverno, un piccolo libro che racconta Parigi da tre prospettive: il fermo immagine che cattura il flaneur, sfinito al solco umido di un decadentismo romantico tardivo di fine novecento e reso incanto dalla fragilità del vuoto scavato dal millennio; lo scatto del fotografo, che nel suo compiersi interroga la realtà sperando in un disvelamento; l’occhio narrante di un’adolescente magrebina, di stanza con la famiglia a Parigi da appena una generazione, a testimoniare di un cambiamento di esistenze e prospettive quando ci si apre, e si sta, al crocevia col nuovo.

    E’ inoltre, questo libro, un indiscreto atto d’amore per il cinema di Francois Truffault, prediletto agli autori, che utilizzano alcune citazioni, in particolare dalle  sceneggiatura del film Jules et Jim, per tessere la loro narrazione parigina, lasciandosi guidare e sostenere dalla bellezza di una prossimità come criterio nella loro ricerca, e da una una ipotesi di convivenza nel mondo che sappia dirsi, a un tempo, disperante e innamorata.  Perché si sa che, a Parigi, sembrano esistere solo delle storie d’amore.

     “In una antica sala parigina per cinema e concerti, resa quasi deserta dai preparativi serali della vigilia di Natale, due uomini d’età forte siedono in quinta fila, parlando piano fra loro. Nel cinema deserto, dati giorno ed ora, non ci sono che i due, e la figlia sedicenne del proiezionista.”

    Parte da qui il racconto, da me tra-scritto con gli occhi di una ragazza maghrebina, di una Parigi che si fa pre-testo e luogo, attraverso l’opera fotografica parigina di Varchetta, per un dialogo sul disvelamento che, di scatto in scatto, prospetta ai due autori un tentativo possibile per una epistemologia del pre-sentimento.

    A fare da cornice e incastro, e da sentiero interrotto e riletto del mondo, Francois Truffaut, di cui si è chiuso nel 2014 il trentennale dalla scomparsa, con i suoi Jules e Jim e Catherine, interpeti prediletti di una dimensione esistenziale che fra ragione, sentimento e incontro va alla ricerca di un significato nel vivere.

    La dimensione analogica del racconto fotografico in B/N, e la forma del poemetto in prosa proposta per la narrazione, interagendo e contaminandosi, danno vita un gioco cinematografico, e sono un ulteriore omaggio al passato che si fa presente e ritorna a Parigi per questa epifania che raccontandosi incontra.

    Devo un grazie profondo a Giuseppe Varchetta per l’onore di questa passeggiata amicale di sorprendente bellezza, e molto a me stessa per aver scelto di non parlare di Parigi ma a Parigi (dopo Benjamin ci vorrebbero vite per conoscerne una storia che incarna). I fatti recenti (accaduti dopo la stampa del libro) hanno per volontà del caso reso sorprendente la verità per cui, attualmente, lo sguardo sulla città del ferro non è possibile se non pensandola fuori dai canoni e per strada, come se fosse una street opera che si  nutre di se stessa. Trasferirmi lì è stato molto bello.

    A Riccardo Vinci un grazie per la foto analogica in B/N che mi ritrae a 24 anni a Parigi, quando la vedevo per la prima volta, e che Giuseppe Varchetta ha ospitato nel Taccuino, e un grazie a Maurizio Puppo per la preveggenza e il sincronismo che hanno dichiarato ai versi in prosa che la ragazza veniva proprio da lì.

    *

    Giuseppe Varchetta, socioanalista e fotografo, vive e lavora Milano.
    Nerina Garofalo, Coach e Narratice thinker, vive e lavora a Roma.

    ON S’EST RECONNUS, PARIS – Taccuino fotografico di Giuseppe Varchetta, accompagnato da una narrazione di Nerina Garofalo
    Il libro,  pubblicato dalle Edizioni del Foglio Clandestino di Gilberto Gavioli,  si può acquistare scrivendo a: redazione@edizionidelfoglioclandestino.it

  • In attesa di raccontare l’esperienza di scrittura sul lavoro fotografico di Giuseppe Varchetta, è un po’ difficile farlo a caldo dopo gli eventi parigini, Parigi è diventata quasi “innominabile”, e ci sono strani sincronismi nelle piste epistemologiche suggerite dallo sguardo di Varchetta al narratore (narratrice), condivido la scheda dell’editore.

    Il libro, che non è distribuito in libreria, può essere acquistato, per chi lo volesse, scrivendo agli indirizzi indicati sul sito delle edizioni del Foglio Clandestino.

    Siamo con Giuseppe Varchetta molto felici che il libro abbia preso vita e sia nel mondo. Anche se il mondo, ci sopravanza con gli eventi–

    cover stampata copia

    ON S’EST RECONNUS, PARIS
    Taccuino fotografico di Giuseppe Varchetta
    accompagnato da una narrazione di Nerina Garofalo

    l’edizione racchiude 84 fotografie parigine 
    17×17 cm. – 120 pagine – 12 euro – isbn 978-88-940190-0-1 
    redazione@edizionidelfoglioclandestino.it 
    edizionidelfoglioclandestino.it 

    Una piccola opera affascinante, un incontro casuale sfocia in un sogno senza tempo. La sala di un cinema d’essai è il pretesto di una storia per poesia e immagini, dentro le atmosfere parigine, vissute e immaginate; le fotografie si sovrappongono ai fotogrammi di Truffaut. All’opposto che nel racconto di Stig Dagerman (‘Lo sconosciuto’, in I giochi della notte, Iperborea, 1996 e 2011) in cui un uomo non riesce più a riconoscersi nei suoi ricordi per immagini, la ragazzina protagonista del sogno condiviso, attraverso le fotografie che scopre progressivamente, prova ad immaginare la propria vita futura e felice… 

    «Nell’antica sala parigina per cinema e concerti, resa quasi deserta dai preparativi serali della vigilia di Natale, due uomini di età forte siedono in quinta fila, parlano piano fra loro in italiano ed hanno ognuno, al sicuro al proprio lato, cappotto, cappello e un piccolo bagaglio. Al termine di una permanenza che li aveva visti impegnati, per ragioni di lavoro, in un breve soggiorno nella capitale di Francia, si erano incontrati all’aeroporto dopo aver perso per un soffio l’ultimo volo serale che li avrebbe riportati, se il caso non si fosse messo in mezzo, al caldo ed agli affetti delle rispettive case di città. Non sapendo come trascorrere le poche ore che li separavano dal volo del mattino, avevano deciso di restare insieme, di tornare in città e d’impegnare le ore in una sala d’essai. L’amore per il cinema li accomunava da sempre. Sarebbe stata un’ottima vigilia. […]»
    Giuseppe Varchetta, psicologo dell’organizzazione, dopo una lunga esperienza nell’area della formazione è stato professore a contratto presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca, dove opera tuttora come cultore della materia. Membro della consulta scientifica dell’Associazione Italiana Formatori, fa parte del Comitato direttivo della rivista «Educazione Sentimentale». Fotografa “da sempre”, coltivando con la propria macchina fotografica alcuni temi d’elezione: la relazione utente-arte contemporanea, il paesaggio e l’arte urbani, il lavoro organizzativo, il ritratto “a mano”. Lavora esclusivamente in bianco e nero, con macchine analogiche Leica e Nikon. Il suo sito è all’indirizzo: www.giuseppevarchetta.it. 
    Nerina Garofalo è una narrative thinker. Si occupa di formazione e consulenza alle imprese. In ambito narrativo ha fondato e coordina il Laboratorio di scrittura short Ed e il network Indigos Project. La sua prima raccolta è La circoncisione delle parole (Format, 2008). Nel 2013 ha curato con Gianmario Lucini l’Antologia Il Ricatto del Pane (CFR Edizioni). Come autrice è inserita in alcune antologie di poeti contemporanei. Un suo racconto è uscito sul numero 22 della Rivista «Educazione Sentimentale» (Franco Angeli, 2014). Coordina in rete progetti di scrittura partecipata, alcuni blog e matrici di sogno sociale.
    Grafica di Giulio Franceschi e Luca Salvatore.

    Per contatti con l’Editore

    redazione@edizionidelfoglioclandestino.it

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    Quello che è accaduto negli ultimi giorni lascia attoniti e svuotati. E’ vero tutto e l’opposto di tutto. Sono veri la paura e il sentimento di invasione. E’ vera una guerra che è dichiarata ma non ha confini, è vera la convivenza difficile che si costruisce ogni giorno all’interno di democrazie che sono abilissime a dichiararsi e un po’ meno abili a manifestarsi nelle pratiche di governo. Convivenza, interculturale e di prossimità, che da qualche decennio ci chiede una ipotesi di conciliazione che sappia essere rispettosa eppure salda nella percezione della propria etica, e delle conquiste, molte delle quali ancora tutte da salvare. La regressione oscurantista che viviamo, fatta di perdita di sentimento profondo della democrazia e del diritto e del welfare, non è imputabile alla convivenza interculturale, ma tutta ascrivibile a una debolezza costituzionale del nostro sistema culturale, alla perdita del sentimento magico, allo smarrimento dell’incanto, alla disgregazione dei luoghi e dei sogni, che ci rende incapaci di proporci come soggetto capace di dare, dire, accogliere, imparare, connettere, delimitare. Le cose non iniziano ieri, e non iniziano nella redazione di Charlie Hebdo, iniziano in un’Europa vicina ai militarismi d’oltreoceano e non capace di definire una politica economica che sia diversa da quella colonialista (i colonialismi hanno tanti volti). Comincia là dove al rispetto delle convinzioni non si accompagna una certezza del valore delle proprie scelte civili e di laicità. Comincia dove non ci sentiamo più capaci di dare voce a quello che abbiamo qui e nei nostri luoghi e nelle nostre culture conquistato e perso, conquistato e perso, se non attraverso sentimenti di fobia per ciò che ci abita, volenti o nolenti. Non sappiamo arricchirci di una presenza, ma solo temerne la distanza. Non sappiamo essere né ragazzi né adolescenti, né donne. Sappiamo essere belligeranti, conservatori, denigratori. Non ho volutamente scritto nulla, in questi tre giorni, se non prendendo, dai wall di amici, alcune delle cose che mi arrivavano come dotate di senso e sentimento. Oggi però sento il bisogno di dire, di condividere senza dividermi. Ieri l’esposo mi diceva: il tuo wall sembra contraddittorio: je sui charlie, je ne sui pas charlie. Io ho sorriso, perché era vero. Erano vere entrambe le cose. La condanna ferma a ogni terrorismo, ma anche la critica verso un modo offensivo e volgare delle destre di ogni nazione di rispolverare i più forti sentimenti di esclusione e restringimento. Amo del mio quartiere l’essere un luogo che incrocia culture e mondi, soffro perché non riesco a entrare in relazione vera con molte delle comunità che ci coabitano. Mi piacerebbe prendere un tè con le persone che saluto ogni giorno, e che rendono migliore la qualità della mia vita. Considero ogni desiderio di preghiera da tutelare e rispettare, quale che sia il luogo e il culto, e mi si stringe il cuore a pensare che la moschea del mio quartiere sia quasi nascosta in un garage. Ma pure, mi sento inquieta per il mio modo di continuare a combattere per l’emancipazione femminile, in Italia e in assoluto, e nel sentire che quello che abbiamo costruito e voluto per il femminile non riesce a dirsi vincente nei fatti, e non solo nel confronto interculturale. La paura del terrorismo, però, non deve e non può sottrarmi la gioia dell’imparare dall’altro, dal capire di me a partire dalla differenza. Credo che il punto vero sia nel nostro esserci persi, persi alla democrazia reale, persi al desiderio di giustizia sociale, persi al diritto all’esistenza liberata. Siamo noi i perdenti, se dobbiamo ricorrere ai peggiori sentimenti per dire dei nostri sentimenti di eguaglianza, diritto e convivenza. Oggi Giuseppe Genna ha messo su FB un post molto interessante che vi invito a leggere, e che comincia così: “Stanno sbagliando completamente frame. Il frame è Breivik, ma non Anders Behring Breivik, bensì *tutto* quello che ha avuto il suo buco bianco nella catena di eventi a Oslo e Utøya” . Andando avanti io penso che si sia perso dentro di noi il tratto di identità, e quando dico noi non dico noi nazione, noi continente, noi cristiani, noi comunisti. Io quando dico noi, dico noi presi uno a uno, nella nostra perdita di desiderio e di immaginario e di sogno, e quindi a conti fatti, di capacità di costruzione politica pacifica e non difensiva. Mi era piaciuta la passeggiata a piedi di Hollande, peccato sia durata poco. Io in un certo senso, mi sento così, rivisitando liberamente la più bella immagine di smarrimento e dolore che ho visto circolare sul web in questi due e tre giorni.

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    Abbiamo pianto per Enzo Baldoni, ed oggi siamo tristissimi per le matite spezzate– c’è qualcosa che ha a che fare con la tenerezza per la vita dedicata a dire… E c’è un legame col sorriso, disarmante. Ecco, questo credo faccia sì una differenza.

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    Calvary, di John Michael McDonagh (per la visione del quale devo ringraziare Renata che lo segnalava ieri), è indubbiamente un film di Natale. Sebbene possa sembrare un film sulla Pasqua, sul sacrificio e sulla persecuzione, in realtà è un film durissimo e allo stesso tempo di grandissima grazia sul perdono, sulla vicinanza, sull’assunzione di senso, e sul destino di fede. Non ho letto nel film alcuna retorica, e lo spaccato irlandese è feroce e inquietante. Il vento e le onde arrivano a toccare persino l’anima, guardandole. Credo che solo Malik, Inarritu e Von Triers raggiungano queste vette di prossimità al centro vuoto della Domanda, dove l’alternativa è solo fra l’infinito ed il nulla (nessuno dei due illegittimo o vano). Il film si chiude oltre i titoli di coda, e si apre in un confessionale senza possibili omissioni). A ben guardare, la settimana del protagonista è una metafora di un intero percorso di assunzione di responsabilità in terra a partire dalla parola integrità. E’ un film commovente, da cui si esce senza alcun odio per nessuno. E questo lo rende, in qualche modo, un film religioso, un film Francescano. Direi che, sebbene sia adatto a una elaborazione adulta per la verità senza sconti delle immagini e dei temi, dovrebbe essere davvero un film di Natale, che dà senso ad ogni essere qui, ed a ogni fede nell’arrivo del Natale. Pur senza speranza, pur senza alcun inganno, è un film che più che duro definirei d’infinito amore. Da cui ci si stanca cambiati, ed aperti. Così come, a Natale, si dovrebbe–

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    Non è solo un film sul lavoro, l’ultimo lavoro dei fratelli Dardenne. Due giorni, una notte è un ritratto in 48 ore di alcune fra le più delicate dinamiche personali e sociali del nostro tempo.

    Se la vicenda lavorativa e di sfruttamento e ricatto del pane è quella che tiene coesa la narrazione, al suo intorno gravitano molti altri temi cari alle nostre vite di oggi. Le modalità di ottimizzazione dei profitti nelle fabbriche e nelle aziende, la precarietà dei contratti a termine e la loro dimensione implicitamente ricattatoria, le dinamiche di potere legate al non detto, gli stili di gestione delle persone nel lavoro tutt’altro che a loro misura, la sostanziale sudditanza economica di gran parte dell’universo produttivo reintrodotta dalla crisi, la violenza domestica accentuata dal tratto del disaccordo e legittimata dalle porte che si chiudono in faccia alla protagonista, la cura dei figli delegata alle figure femminili nello spazio del case, e non ultima la confusione che regna sovrana sul rapporto efficienza/depressione. La solitudine di chi esce temporaneamente dal lavoro e non ci torna se non sotto etichetta, le dinamiche amorose toccate nella depressione dal bisogno di conferme e di cura, la cura tutta farmacologica a cui è condannato chi per reddito non accede alle risorse terapeutiche “orali”, la sessualità che cambia al presentarsi della genitorialità e della depressione.

    E’ un film, questo dei Dardenne, così ricco da lasciare spazio per moltissime domande, sul nostro stare, vivere e pensare. Sul nostro modo di essere con gli altri, sulla convivenza multietnica tutta francese descritta così bene e oramai parte fondamentale del vivere europeo, ancora tutta da capire e da restituire alla coscienza come ricchezza e non come un ingombro.

    E persino la vicenda operaia, così ben connotata, è esportabile tout-court alle molte consimili dinamiche del lavoro terziario, del lavoro professionale, non diversamente animate da accadimenti e sentimenti del tutto paralleli.

    Insomma, una visione toccante, educativa e in qualche modo formativa. Una storia che accarezza e confonde, che schiaffeggia e ci smuove. Con una prevalenza scenica delle persone sui luoghi che sembra essere anch’essa programmatica e preziosa.

    E una salvaguardia dell’idea di una coppia che si fonda sull’amore, sulla fiducia nel poter prendersi cura e curare. Sono davvero  felice di riaver trascorso 100 e rotti minuti di cinema denso e bello con i Dardenne– Mi sono battuta bene per una felice occupazione del tempo e del mio sentimento del mondo.

  • Antonio Cerri, Ragazza che legge, 1967
    Antonio Cerri, Ragazza che legge, 1967

    Ho avuto il piacere e la fortuna di ricevere dall’autore, in lettura, lo Studio per Unità Formativa prodotta dal Dottor Enrico Maria Di Palma a conclusione di un suo percorso di specializzazione. È sempre una fortuna poter accedere alle riflessioni e ai vissuti di chi entra a far parte di una comunità professionale, in questo caso quella dei formatori, che rischia a volte di ritrovarsi all’esordio del millennio priva di stimoli pienamente nuovi.

    Dato il contesto di specializzazione, l’Ismo di Milano, mi aspettavo di incontrare un percorso di riflessione pieno, maturo e stimolante. Le mie aspettative non sono state deluse.

    La lettura del lavoro di Enrico Maria Di Palma è stata sorprendentemente vicina nei modi proposti a molte delle pratiche che anch’io attualmente considero come riserva unica capace di spezzare le ovvietà di molte le finte pratiche esperienziali.

    Dopo un momento di vera commozione nel ritrovare nel testo di tesi, la dedica all’appena scomparso e carissimo a entrambi Gianmario Lucini, sono entrata in contatto (leggendo) con un lavoro profondamente attento ai bisogni di questo tempo, e delle persone nel lavoro in esso.

    L’uso della metafora, della poesia, della forma metrica dell’haiku come contenitore di emozioni e descrizioni puntuali e non ambigue, mi ricongiunge alle esperienze degli ultimi anni nelle aule di formazione e nei luoghi della riflessione sociale e del cambiamento. Ho un ricordo bellissimo di molti haiku prodotti anni fa in quella che allora si chiamava AIPA, count gruppo eccellente di funzionari.

    L’approccio auto-biografico che Enrico propone come fondante nella partecipazione attiva di chi ascolta, de-costruisce l’attore della formazione e consente la realizzazione degli apprendimenti. Si va a a situare in un momento oramai consolidato di accostamento dell’atto creativo alla formazione, approssimandoci a quello che voglio definire qui come “sentimento della competenza”.

    Tornerò su questo fra poco. Mi preme ora sottolineare la peculiare delicatezza nell’uso degli strumenti proposti per le attività formative nel lavoro di Enrico Di Palma, delicatezza, attenzione e conoscenza delle metriche e dei linguaggi che costituiscono la vera ricchezza e singolarità della proposta del nostro collega.

    Si avverte per tutto l’elaborato proposto da Enrico (per lo sviluppo di una unità formativa dedicata allo sviluppo della consapevolezza di sé) una attenzione sostanziale all’impatto della proposta sui partecipanti, una cura attentissima nella scelta dei testi e delle esercitazioni, una capacità sana e rispettosa dell’altro di calibrare i tempie le modalità di debriefing.

    Enrico non è mai supponente, non è mai verticale, non è mai definito definitorio. L’ascolto aperto del gruppo al quale è offerta la forma della poesia per la partecipazione alla ricerca di senso e di sé, è la caratteristica primaria della proposta di Enrico.

    Mi commuove sempre il ritrovare nelle bibliografie che accompagnano un lavoro di ricerca di studio affinità nei titoli sentiti come fondanti e proposti a riferimento.

    Altresì, mi riempie di gioia essere davvero incuriosita dei criteri di scelta di un collega nell’attuazione di attività che sento prossime e dialoganti con le mie.

    Ringrazio quindi è Enrico per avermi condiviso lo scritto con il quale ha sancito la conclusione di un suo percorso e mi auguro che possa in molti luoghi in molte occasioni portare la serietà, la delicatezza, la regola e la misura del suo approccio della sua proposta. Mi piacerebbe molto che nella vita capitasse anche l’occasione per ritrovarci insieme in un gruppo a dire del valore della poesia come occasione di espressione libera e potente.

    Questa lettura è stata anche, per me, l’occasione di riflessione necessaria che sento aprirsi sul concetto di competenza come sentimento. Perché c’è un piccolo varco che tiene alla giusta distanza emozione sentimento, e soltanto colmando la distanza fra i due e possibile arricchire il personale bagaglio di ciascuno della capacità di esprimersi progettualmente.

    Se l’emozione si afferma nell’istante, è  la sua approssimazione progressiva al sentimento che la rende capace di sfarfallare nel sociale e nei gruppi, ed è così che apprendere diventa desiderio di avvicinarsi, toccare e costruire. Per se stessi, con gli altri, desiderando esistere.

    Di educazione sentimentale parlano, ad esempio, e con impegno i colleghi che fanno ricerca in Ariele.

    Mi chiedo, Enrico, e ti chiedo, se non sia tempo di portare nelle aule, e nelle organizzazioni, una poesia sentimentale, ed anzi, azzardando, se non occorra tornare al Romanzo.

    Al romanzo sentimentale, ma anche al romanzo storico, e al romanzo nelle sue diverse espressioni, come luogo di implementazione di tutto ciò che nella poesia è di confine all’infinito, stando con i piedi e e con le mani ben saldi alla finitezza come luogo del sentire, sì, ma sociale, politico e personale.

    Ti/ci lancio una piccola sfida di pensiero, senza chiederci se e dove ci potrà portare 🙂

    (n.g.)

    Roma, 19 novembre 2914