Libri libretti ha messo su, da un po ‘ di tempo, su FB, uno spazio, una pagina, tutto dedicato ai libri che sono stati oggetto di censura. Maurizio Puppo, intanto, in questi stessi giorni, tornava su questo tema delle parole da censurare, citando De Gregori e Dalla, e tirando su la poesia che le forbici dei censori e le loro nude etichette spesso mettono all’acme di un discorso poetico, come se fosse, la censura, un rito di infibulazione; ovvero, di impedimento al sentire. Così, a seguirli ed a leggerli, mi salgon su le immagini di Hitchcock, nel film omonimo dello scorso anno, nel quale l’ottusità della censura vien su descritta con meravigliosa ironia.
Appunti esTemporanei
Il blog di Nerina Garofalo
-
Ho voglia di inserire, a latere, perché Fabrizio lo inserisca nella pagina se gli fa piacere, una piccola nota sulle censure domestiche che colpiscono gli adolescenti, nella lettura, nella scoperta, nell’incontro con i libri, aprendo il varco a un cambiamento o a una costruzione consapevole della loro attenzione e disposizione a “pensare” il mondo.Sono cresciuta, per mia fortuna, in una numerosa famiglia nella quale non c’erano grandi censure sui libri, né grandi discorsi sulla loro adeguatezza all’età e al momento. Ho potuto, in generale, accedere ai libri, presi in casa o da prendere fuori (con tanto di paghetta settimanale dedicata), a qualsiasi libro desiderassi leggere.Sdoganato il periodo delle scuole medie, nel quale era vietato comprare o solo guardare fotoromanzi dal parrucchiere, e durante il quale i libri mi venivano donati (in prevalenza da mia madre e mio padre), ho scelto e aperto quasi ogni mondo di libro da sola. Devo però a quel periodo pre-adolescenziale la lettura di cose bellissime: alcuni classici per ragazzi che non credo dimenticherò mai: Tom Sawyer, regalo di zia Rosa e zio Fausto, una meravigliosa edizione di Pinocchio illustrata da Jacovitti, la serie dei romanzi di avventura delle Edizioni Paoline (copertina rigida gialla, e in cima a tutti per me Il conte di Montecristo, con le sue evasioni e i tormenti), e Incompreso, le Piccole donne e il dolente e struggente I Ragazzi della via Pall (prodromo al mio immenso amore per C’era una volta in America di Sergio Leone) . E il primo libro più adulto ricevuto in dono da mia madre, in Oscar Mondadori, il Diario di Anne Frank.Un solo libro, che se ne stava seminascosto all’ingresso, mi è stato tolto, con vaghe e oscure motivazioni, ed è stato oggetto di iterate letture clandestine e segrete. Il libro in questione era della giovanissima e americana Pamela Moore, e il suo titolo, del tutto innocente, recitava precisamente: Cioccolato a Colazione.Credo ci fosse, in quel veto, oltre al tabù del discorso su omosessualità e adolescenza, il presentimento di una inclinazione, che mi ha poi accompagnata per tutta l’adolescenza, a conoscere attraverso i libri tutto in dialogo interiore su quasi ogni espressione di vita e di morte che non avrei saputo verbalizzare altrimenti a me stessa.Non ricordo molto di quel libro, invero, lo sto cercando fra i i negozi di usato nella speranza di rileggerlo oggi. Quel che ricordo è la buffa innocenza con cui subito dopo ho avuto accesso (grazie a paghette e biblioteche parentali) a tutto Pavese, tutto Sartre narratore, e moltissimo d’altro.Insomma, a ben pensare, fu una censura benefica, che aprì tutto un mondo di curiosità e di passione, di intromissione nelle pieghe di tutto quello che, mi appartenesse o no, ha fatto poi di me, nella vita, una persona che dialoga per cronache inverse, che guarda sempre tutto da due lati, persino quello che potrei condannare: uno stupratore, un femminicida, un pedofilo. Ma anche, una persona che sa che arriviamo a prendere la parte migliore di noi stessi se non abbiamo ostacoli fra il sentimento delle cose e le cose stesse, ostacoli posti con ottusa cattiveria attraverso l’applicazione di una censura che offende la capacità di vivere e capire.In parallelo, c’è un altro libro, nella mia memoria, che ha formato nella Nerina femminista in erba di allora la consapevolezza dell’importanza di alcuni libri per la storia delle persone. Si tratta di una delle bibbie della mia generazione, quel Noi e il nostro corpo che proponeva alle ragazze, alle donne e alle signore di ogni età di pensare a se stesse cominciando a giocare con lo specchio. Ma non lo specchio di Biancaneve, caricaturale osanna del puro ed impuro, bensì uno specchio capace di far partire una donna da quello che vede se lo mette fra le gambe.L’acquisto del libro fu per me atto volontario e non censurato, ma ho il ricordo di una censura feroce che colpì un’amica carissima di tempi adolescenziali che si vide togliere dalla madre un libro che riteneva scandaloso, peccaminoso, e persino capisce di contagiose scoperte.Io e la mia amica di molte estati parlavamo molto di quel libro, e ricordo bene come mi ferì la censura materna subita dall’amichetta che coincideva con un veto sottinteso a frequentar troppo persone che leggevano quel tipo di libri. Non so se la mia amica lo abbia mai recuperato, so per certo però che è diventata una donna molto consapevole di sé, e che quindi in qualche modo quel divieto deve aver saputo rimuovere o cancellare.Il ricordo più bello che ho, a proposito di cose ammesse o non ammesse, leggibili o “pericolose”, è lo sguardo pieno di affetto di mio zio Augusto quando mi prestò da leggere Il mestiere di vivere e le Poesie di Pavese. Mi disse piano, con grande dolcezza, qualcosa come: “eccolo, ma siamo sicuri che questo libro sia adatto al tempo che vivi?” Non c’era dentro alcun veto, alcun no, solamente una protettiva e un po’ complice consapevolezza che alcune letture ti cambiano per sempre, di certo io penso per il meglio, ma anche a prezzo di una perdita: la perdita della confusa ma salvifica idea che al dolore si sopravviva sempre attraverso la gioia.Ecco, caro Fabrizio, questo è il tema della censura per me, questo mi sale su se ci penso, ai libri censurati, ai sentimenti rimossi. Sopra, le copertine delle due edizioni che avevo di entrambi i libri che ho citato. Non so se siano stati oggetto di censura ufficiale, ma “unofficial” te li dono 🙂
-

(nella foto, Carla Ravaioli) L’articolo di Enzo Scandurra, uscito su Il Manifesto del 21 gennaio scorso, raccontava con dolore, vicinanza e un po’ di disperata consapevolezza, lo spegnersi in solitudine della compagna Carla Ravaioli. E ancor più, nella ferita di una morte che arriva inaccettabile nella modalità dell’abbandono a se stessi che ci coglie quando siamo all’estremo della fragilità personale, raccontava una città che sempre meno è capace di dimoranti abitudini di convivenza, e sempre più infligge il supplizio di una disperante abitudine al fare da sé, finché si può, come si può. Devo confessare di aver a lungo sentito quel bellissimo articolo toccare le ferite di un lungo discorso sull’età terza, sulla non indipendenza, sulla solitudine fuori dal clamore dell’impegno diretto. Un discorso che si riapre nell’essere oggi figlia e nipote e amica di persone che soffrono come una lacerazione la perdita dell’indipendenza e della socialità che per ciascuno e ciascuna è stata linfa e alimento di ogni ora di vite intense e tutte legittime. Anche quelle più sconosciute e periferiche. Marina Viola mi ha condiviso ieri in privato il suo bell’intervento sulla vicinanza generata e tenuta in vita dalla rete, dai ricordi, dalle presenza intellettuali e amicali. E la ringrazio profondamente, per aver condiviso l’apprezzamento per qull’articolo che grondava amore di Enzo Scandurra (che non conosco direttamente ma che ha qui tutta la mia rabbiosa tenerezza grata). Ma credo che si debba tornare un gradino più giù, nelle vite minime di ciascuno, le vite minori, minuscole, analfabete, ricchissime di quell’amore senza salvaguardia che è fatto di frequentazioni familiari, di abitudini, di oggetti e tempi. Per ripensare la convivenza e l’impegno per non dover più voler accompagnare nessuno a morire a da solo, nella nostra fretta di produrre e pensare il futuro. Pensiamo, sentiamo, siamo e diciamo e viviamo soprattutto il presente, come ci invita a fare ogni impudico pensiero sulla bellezza intoccabile dell’essere umani. Ci sono 4 film che ho molto amato, in questi ultimi due anni, e sono Arrugas, Amour, Marigold Hotel e il bellisismo e dolente “e se andassimo a vivere tutti insieme?” Quest’ultimo, credo, molto vicino al sentimento che lega l’essere compagni (come altrove l’essere cristiani) al voler mettere una parte di sé al servizio di una vicinanza. Mi ritorna in mente l’osceno furto alla casa eremo di Renata Zarri, come il segno di un tempo che è di tutto irrispettoso. In tutti e quattro i film c’è questa solitudine abbandonata dai giovani e meno giovani, che avvolge e riveste il luogo della maturità piena e ancora tanto ricca di vigore, passione, desiderio e amore. Da qualche mese ad alcuni amici dico spesso: e se andassimo a vivere tutti insieme? Siamo alle soglie dei 50, è un bel tempo per un co hausing tutto vitale. Ma oggi, cara Marina, mi viene da dire, e da dire a ogni compagno, a ciascuno che ami il valore della vita propria e dell’altro: e se la politica, finalmente, ci lasciasse vivere tutti insieme? E’ questa per me la morte del comunismo: questo cedimento di amore che frana su una stanza vuota. Aver disabitato la convivenza.
Posto a seguire i link all’articolo di Enzo Scandurra e al post di Marina Viola sul suo blog.
http://ilmanifesto.it/morire-di-solitudine-a-roma/
http://pensierieparola.blogspot.it/2014/01/elogio-alla-follia-cit.html
-
William Gordon Lawrence, il cui lavoro e il cui insegnamento sono stati per me, accanto alla psicoanalisi, il luogo di maggior suggestione e “occasione” di pensiero e pratica della costruzione narrativa come epistemologia, si è spento il 27 dicembre. E’ con molta tristezza che penso al tempo di studio e dialogo che non potremo più condividere con lui, ma è anche con grande gioia che tengo dentro di me il tempo condiviso. Con un ringraziamento e una vicinanza a Lilia Baglioni e Franca Fubini che sono state il tramite di questo incontro in Italia, e con un pensiero particolare ai colleghi con cui è stata condivisa nel tempo l’esperienza di formazione e di pratica di Matrice di Sogno Sociale. Posto qui il pensiero di saluto che ho indirizzato alla sua famiglia e a Bipin Patel, che considero per la mia esperienza come parte di essa. Il messaggio è partito prima che sapessi dell’ampia iniziativa di costruzione di un bosco virtuale di alberi piantati alla memoria di Gordon Lawrence, e con emozione ancora una volta sento la matrice costruirsi nell’inconscio collettivo con una naturalità commovente…
“Dear Bipin,
I just learnt from Franca that Gordon has left us to go where all dreams have our memory. I am deeply grieved, and I lose a mentor which was crucial for me. While we all lose a free man who knew how to play the game of fragility in the ground with great force. Love you and embrace you with his whole family. During the training of many years ago in Rome, Gordon said he was going to turn into a tree. Yesterday, I bought a tree with white flowers that blossom in the spring that I will keep with me on the terrace of my house, like him in my dreams. With gratitudeNerina”

the Gordon’ tree in my house– -
Il 17 dicembre Mimmo Lipari e Piero Valentini presentano il loro ultimo lavoro, “COMUNITA’ DI PRATICA IN PRATICA”, dalle ore 15.00 alle 18.00 – a Viale Castrense 9, nel Settore Formazione Azienda Policlinico Umberto I. Il lavoro che entrambi fanno, da anni, sulle comunità di pratica, è una risorsa di intervento preziosa e in qualche modo rivoluzionaria, poiché centrata su un ascolto che è organizzativo ma anche soggettivo e gruppale, e soprattutto “non mente”. In tempi di storytelling selvaggio, ogni modello che parte e approda a una narrazione autentica è preziosa e combattente. . Quello che nella vita ho imparato da Mimmo Lipari sulla consulenza alle organizzazioni ha per me ancor oggi (mentre il concetto di organizzazione si rifà stringente e angusto a partire da una crisi che rende impossibile investire davvero su benessere e innovazione) una leva di fondo: l’onesta necessaria che deve essere praticata e vissuta quando si ascolta, si aiuta a far emergere e si propone a un dialogo organizzativo il vissuto dei “lavoratori” nei “luoghi”, come risorsa vera, “ereditabile” e “rinnovabile”, magma incandescente e non sempre comodo per l’innovazione e la crescita per “scoperta”. La presentazione del libro ha le caratteristiche di una esperienza, e quindi accosta vissuto e racconto, ed è una bella occasione per ritrovarsi a veder vivere l’incontro fra chi legge e chi si mette in gioco. Una presentazione esperienziale, che in tempi che come questi si nutrono di autoreferenzialità, scommette sulla condivisione e sul confronto. Auguri a Mimmo e a Piero per il loro nuovo libro, con molta curiosità per il pomeriggio che ci condivideranno.
-
In margine alla lettura di “Questi anni”, vorrei trascrivere una piccola annotazione su due dei racconti fra i molti e tutti belli che l’Antologia appena pubblicata da Coessenza ospita e presenta (nel secondo caso sabato 23 novembre, a Cosenza, nella sala del Teatro Morelli). I due racconti, a firma rispettivamente di Paride Leporace ed Ernesto Orrico, hanno qualcosa che li rende unici nel contesto della raccolta. Hanno entrambi, oltre a una “lingua salvata”, ed un progetto di “scardinamento” del luogo natale, comune a tutti i racconti, un interno desiderio di fuga nella permanenza, quel punto di ingresso alla poesia che li rende prossimi al poemetto in prosa pur mantenendo la forma tecnica del racconto. Questo accade per una intrinseca apertura dell’esperienza biografica soggettiva a quella adolescenza ed infanzia collettiva che consente di situare nel personaggio qualcosa che, lontanissimi per spazio e tempo come lettori estranei, possiamo dire di aver provato e incontrato. Con all’interno il sentimento di quel qualcosa di sconvolgente (un sentimento inammissibile), che ci si rivela attraversa la narrazione portata dall’altro, dall’autore. Per questo, è in particolare ai due autori e amici (Paride da quegli anni, Ernesto dalla storia recente che quegli anni riecheggia), che voglio davvero fare l’augurio di far crescere libri sugli alberi, perché di questo piccolo incanto che apre abbiamo tutti davvero bisogno.
Con dedica:
-
Il 23 novembre viene presentata a Cosenza, nella sala del Teatro Morelli, l’Antologia “Questi anni”. Edita da Coessenza, a cura di Ernesto Orrico e Silvio Stellato.
Amorevolemente seguita da Elena Giorgiana Mirabelli in veste di editor, la raccolta di “Memorie, ricordi e racconti” sulla Cosenza degli anni 80’, si apre con una intensa prefazione di Giuliano Santoro.
Prefazione che storicizza, inquadra e chiarisce un contesto che nei racconti va a sfumare in vissuto che sa dirsi soggettivo e intersoggettivo, in quella intimità affettiva che molto dice di una città in cui le cose sono sempre arrivate con molto anticipo, e in alcuni casi con un disarmante ritardo. Ad arrivare presto son state forse le migliori, e tardare le cose che si vorrebbe non arrivassero mai.
Ho riletto nel tempo più volte, fra la consegna privata agli autori dei testo, ad oggi, i racconti. E ho provato a trovare un racconto mio di questo dono di ritorno e rilettura.
Si è trattato, ogni volta, di uno “straniante” silenzio, che “mi” risaliva sul finire di una lettura d’insieme che tiene insieme vissuti, con punte vere di nostalgia lancinante sulle pagine di alcuni racconti.
La nostalgia dei nomi, prima che dei luoghi. Ci sono, in alcuni racconti, quei nomi che tornano come sanno soltanto le spoglie: evidenti, insistenti, contornati da un’ara di calore e tremore che abbiamo visto far parte di vite, le nostre e le loro.
E poi ancora, una nostalgia differente, per la voglia che avevo, finito il liceo (era solo l’inizio degli anni in volume) di partire e non tornare mai più. Si vuole non tornare mai più solo ai luoghi che abbiamo amato per davvero. Quei luoghi che sanno le ragazze e i ragazzi che ognuno è stato, e poi sanno le donne ed i maschi che ciascuno è diventato. A volte altrove, a volte no.
Quando Ernesto mi ha chiesto con gentilezza grande, in una conoscenza che era allora del tutto nuova e iniziale, questa iniziatica esperienza di nostos, qualcosa dentro lo sguardo si è acceso e si è rotto.
Si è acceso il desiderio di riguardare, ritoccare e ritrovare,nel luogo interno della sospensione, tutto quello che avevo voluto non portare con me. Ed è stato un tornare fruttuoso, come un albero pieno di vite, che si sono riaperte, ed a volte hanno detto, hanno fatto, ancora, con me. E si è rotto l’incantesimo muto del pensare che un luogo che lasci si sia come “fermato” nello sguardo che eri, proprio mentre partivi.
Da lontano la pensi come hai visto che era, la città dei Natali. E ti accorgi, fra le pagine di oggi, che non è e non è stato per nulla così.
Ritrovi il modo e il nodo, il modo di sentire le cose in quella periferia lucente e d’avanguardia, che è andata avanti e di corsa, e che tu non hai visto. Scrivere e leggere è stato capire che ti senti di più una “tardi 70”, che le cose migliori che hanno detto che son state e vissute, ti son fuori perimetro, ti scorrono filmiche.
Che lei hai viste nei due anni di provato ritorno (eran gli anni ‘90), quando invece lo hai visto, che un poeta moriva, e che quindi davvero volevi andar via. Via da cosa e da dove non è proprio banale capirlo, per me dentro di me.
Forse, ancora una volta, lontano dalla troppa passione, dal troppo rigore, per andare dove invece si sta di capacità negativa nutriti, nei quartieri che non sono dei tuoi, dove tu non sei nata, ma stai.
Sono tutti davvero strabelli ed intensi, i racconti, poi ognuno attraversa le pagine alla luce delle cose che è, o che è stata, e di quello che ama, di scrittura in scrittura.
Leporace, Scalercio, quell’Orrico bambino, mi hanno proprio trafitta. E così Dionesalvi, Stellato, Lupia, ed M.W. Bruno. Mi colpisce, e un pochino mi inquieta, che sian tutte maschili le voci che ritrovo con dentro risonanze di luoghi, come se non avessi trovato quei tratti di donne che vedevo quando ero lì al fiume.
Deve essere questione di anni, le scrittrici che trovo in volume hanno tutte più o meno qualche anno di meno di me, quindi sono davvero gli ’80 che non ho conosciuto. Allora grazie, soprattutto a loro, per avermi portata in quel luogo natale non noto d’identità femminile. Mi mancano un po’ le mie donne, quelle andate e migrate nel mondo agli ’80. E spesso tornate.
Ringrazio Ernesto, Elena (per l’attenta lettura ed alcuni consigli) e Coessenza di questa intensa occasione di luoghi, e vi auguro di leggere tutto, perché ne vale la pena: è un murales dolente, bellissimo. Io mi sento citando dal racconto di Ernesto Orrico, un pochino un fantasma, ospitato però.
E’ ad Ernesto che rubo dicendo: “La grande filanda du Vuasckhu i Nicola adesso non c’è più, è statabuttata giù nei primi Anni Zero per far posto a un palazzo di 8 piani. Lo slargo dove ho dato migliaia di calci a supersantos supertele e tango non esiste più, o forse è un parcheggio. Non mi sono mai più avvicinato a quel luogo, è l’unica parte di Cosenza in cui so che non rimetterò mai più piede. Ho paura di incontrare il fantasma di com’ero”.
Nerina
Roma, 15 novembre2013
http://www.coessenza.org/news663-QUESTI-ANNI-al-Morelli-663.htm
-
Leggo lungo e d’un fiato, da due notti, “I destini partecipati” di Filippo Davoli (ed. La vita felice, Milano, 2013).
Attendevo l’uscita di questa raccolta. Ed è da un po’ che quest’attesa, dei versi di Filippo, mi accade. Da quando lessi, son cinque gli anni, i suoi “Incendi”, con quelle loro infinite risonanze e ricordanze che ritornano ora, in chiave nuova, come in quella Casa di vacanze che è in qualche modo, nella raccolta, un argine per tempo.
Nessuno ha più i vent’anni, grazie a Dio. Eppure i venti ci son tutti, dentro.
E’ una frequentazione, quella dei versi di Filippo, che si nutre, in qualche modo, all’esperienza autentica di una parola che nella sfera intima dell’esistenza è pronta ad essere [ad un tempo] univoca e assoluta. Eppure anche, misteriosamente, contenuta in duplice, persino poi molteplice, esperienza.
In vita e in morte, come mi sembra suggerire uno dei rivoli di sentimento di questo libro che è un diario, che il filo della grazia mai non strappa. Ma anche, contenitore doloroso e periferico della malinconia e del verso che riecheggia, ombra del Marchigiano del paese lì vicino.
La raccolta è ricchissima e, quietamente e intensamente, passa e attraversa. Si va dalla piscina al pomeriggio, dove “è cosa da uomini essere cauti/e lasciar correre il mondo”, alle parole Madre e Madri. Madre che si moltiplica, riverbera, confonde e illumina, nel segno di Maria, che da Lei torna fragilissima in quella culla nominale che sono quei tre versi così intimi da stringere, che la socchiudono terrena, umana, e nominata:
Emilia,
così la chiamo con un nome non suo
perché nessuno la rubi.Ed è un dialogo continuo, che ci attraversa di relazioni e antichi amori, prossimità territoriali e, in qualche luogo che è altrove, persino porta lo spavento del luogo, dove “tutta la piazza è una melma di fiori”.
Ci sono nomi e diari che narrano d’incontro, le belle Marche ed i poeti più giovani che vivon fuori. Ci sono case e presenze. E una costanza che qui si vuole antica, continua e inesausta, fatta di lingua, e di memoria.
E c’è persino, ridetta, una preghiera, che nelle pagine scorre le vene, com’io di notte ho fatto scorrere i versi, in silenziosa lettura.
Ed una consistenza interna, nella ricerca di Filippo Davoli, poeta, che consola le assenze ma con i piedi ben in terra, perché la terra scorre bassa (e si sa). E la lingua, che sa farsi silenzio diverso, si alza netta di sguardo.
(N.G., Roma, 8 novembre 2013)
-
Delle cose che ho letto in questi ultimi due anni sul tema del femminicidio, per certo mi resta in cuore il bell’ultimo libro di Rossana Campo, “Il posto delle donne”, per Ponte alle Grazie. Insieme a un altro, un fumetto Glenat che ho letto d’estate, che si è fatto preciso fra le intermittenze del cuore, col suo tratto che parla un indaco chiaro.
Mi piace assai, assai assai, la Campo.
Femminile femminile, e stupendamente queer.
Questo libro, che è un giallo che trasuda Parigi da ogni grammo di carta, mi è piaciuto per molte ragioni. Così com’è stato per Lezioni di arabo.
Per la lingua pulita, contemporanea, scevra da retoriche inutili, musicata da citazioni sonore e visive, incisiva, e persino erotizzante.
Una lingua parlata, descritta, inscritta e circoscritta.
Una lingua che abita i quartieri, la città e la parziale appartenenza, che si fa italiana fino all’estremo, con incisi in francesi ridetti a seguire.
E per quei personaggi che hanno odore e sapore, come in Izzo.
Per le generazioni mischiate, per l’etica del giusto, per l’odore di cumino che incrociano i visi nel vento, e i kebab che ti vedi passare davanti.
Per il senso sfinito che osa su tutto, e si vince, si perde, si evince persino dai nomi, si fa veste e si sveste.
Ha ritmo, lo bevi, ti fa stare in mondo dove sai che le cose si sentono, giudicate, comprese, indagate, frugate.
E ci sono davvero le scale di grigi, e anche molti colori che vanno e ristanno. Hai 50 ed hai 20 se leggi. E ti trovi.
L’ho letto d’un fiato, stamane, seduta davanti al pc, non su iPad.
Nel silenzio di sabato quando è l’alba e mi dormono tutti, qui intorno.
Un’ora bellissima a leggere, e un finale che ti taglia la gola.
Dove vedi che niente può venire a spiegare una morte indecente, violenta, casuale, che è livida e storta.
E’ per questo che è un romanzo politico, come sanno e come fanno le donne.
Me lo tengo fra le cose preziose che trovi al mattino, e conservi di notte.
Labbra rotte in singhiozzi, le sue, per amore di labbra che sorridono forte.
-
Questa estate ho portato con me una ventina di libri che speravo, pensavo, di voler leggere nelle due settimane di vacanza. Una ventina perché io appartengo a quel gruppo di formiche matte che i libri li prendono, li lasciano, li riprendono, li tengono vicino per mesi come un tarlo d’urgenza, e poi d’un tratto li divorano o li ripongono per un sempre nello scaffale alfabetico di casa, senza un eccesso di senso di colpa sebbene nessuna casa interiore sia al riparo da un autodafé.
La Sila però, quest’anno, era davvero troppo bella, ed ho avuto la fortuna di avere amici, compleanni, cuccioli di cane e cani in prossimità affamata da nutrire, dialoghi da lasciar scorrere, laghetti da visitare, e persino un po’ di libri e dischi che si sono aggiunti all’andare, e così è stato che della ventina di volumetti hanno trovato spazio nel tempo delle due settimane troppo brevi, solo tre o quatro letture vere (e riletture o ascolti).
Fra queste, il primo libro di Franca Paganetto, che aveva (già da Roma) creato in me il suo spazio in una prima e commossa lettura, e che in Sila ho riletto, riamato e compreso anche in un’ottica differente.
Dove andiamo, papà, con questo suo titolo che già da solo è un antro di tenerezza che ospita e precipita (ha lo stesso titolo un altro libro, francese e bello pure quello, ospite di una vicenda di paternità dolente e intelligente fino allo strazio), è il primo libro che Franca Paganetto scrive nel 2009. Esce in quell’ottobre per le Edizioni Libero di Scrivere, con una bella prefazione di Gianni Priano.
In sottotitolo, il libro recita: “Genova, Gallerie delle Grazie, 23 ottobre 1942: trecentocinquantaquattro morti nella ressa, dopo la sirena d’allarme, per cominciare a dirci della vita durante e dopo la guerra”. In copertina, in una foto del 42, il padre della piccola Franca, con lei e la sorellina Bruna a cavallo di uno steccato.
Il libro, che è commovente, femminile nel senso più pieno, intelligente e dolente in ogni pagina, nasce nella vita di Franca da un’occasione di intervista. Ed io che ho fatto delle interviste biografiche uno dei punti di ricerca della mia vita, fremo non poco nel vedere come da una domanda ancora non posta nasca e si dipani, come una matassa a tratti calda a tratti serica, un racconto autobiografico che si snoda e si rigenera da sé.
Comincia, questa storia, da una perdita familiare dolorosissima, da una morte collettiva, e da un gesto che salva. Da una gamba ferita, che resterà per anni a testimoniare quel trauma, da una bambina che si affida e affida, e da un tremore diffuso.
La bellezza del racconto di Franca Paganetto, che non so come ringraziare per il dono diretto di questo prezioso racconto (è stata lei a portarlo fino a me con suo figlio Maurizio), è nel saper essere non solo una storia di donna, familiare e di luoghi (toccante, sincera, priva di retorica e densa di sentimenti interni), ma anche uno spaccato preciso e annotato (con grazia e puntualità) di sentimenti degli anni. Quegli anni, che han visto essere la guerra, la fame, il lavorio delle donne e degli uomini, le canzoni d’amore e la televisione.
Si intrecciano qui i vissuti di questa bimba che: perde e ritrova e riprova. Le sorellanze, gli innamoramenti, le gonne e il cinematografo. Il matrimonio, i matrimoni, le vedovanze e le famiglie allargate. Tutto il disaggio di far parte, di colpo, di nuove famiglie, il non saper ancora ed il sapere già.
Per paradosso, benché racconti di un’Italia che è altrove nel tempo, mi è parso, il racconto di Franca, di una bruciante attualità, sia storica sia sentimentale. Un po’ come accade quando si legge nel libro di Elsa Morante che racconta La storia, lo stupro da cui poi nasce Useppe. E’ tutto, terribilmente, ancora vero: la guerra, i distacchi, le nuove famiglie, le canzoni d’amore.
Credo che sarebbe un bel libro da far leggere ai ragazzi delle terze liceo, un bel libro per raccontare il confine fra personale e sociale. E per certo un bellissimo modo per evidenziare, sottolineare e vedere come la scrittura ( e la scrittura di sé) entri a passo lieve nella vite delle persone: per cambiarle, per aprirle come si fa con un libro che si inizia a leggere: per la prima, la seconda, la terza volta.
Franca mi ha donato anche il suo secondo libro, io però adesso me ne sto qui con questo, che ho davvero molto amato e sentito. Con un invito, ai miei amici che fanno scuola ai ragazzi, a pensarlo fra le possibili scelte per i libri da leggere a scuola, perché non solo nella letteratura ufficiale abita il battito profondo e sincero e accurato, elegante e discreto, della vita e della storia.
Grazie mille, Franca, per avermi portata con te dentro e fuori da quel grido perduto in silenzio (di tua sorella e tua madre), e poi ancora fuori da lì, fino a quando la madre sai diventata tu.
(Roma, 30 agosto 2013)




