• (Photo by Vito Coppola)

    Come se fossimo seduti sul
    risvolto di una giacca posata
    a respirare allo schienale di
    una sedia di legno che guarda
    la finestra nel suo oltre in qualche
    modo disperante. Come se avessimo
    vent’anni, il sesso che ci incalza, la
    sfrontatezza di aspirare immuni
    dalla bocca la quiete salva di una
    sigaretta. E come non ci passassero
    davanti i luoghi del non detto rincorrendoci
    in affanno. Così scontassimo il passato non
    percorso senza dazio. E siamo pelle scesa
    in questo nostro stare, ci tremano un po’
    gli occhi se li teniamo a riposare.

  • Dylan Thomas with his wife Caitlin

    Che uno poi guarda: le cose dentro, o una,

    e le apre, e poi le rompe. E le interrompe,

    come farebbe un cieco che stia cercando

    la forma concava del mondo nei resti di un ruscello.

    O come un quando una ragazza alza la gonna

    [le americane lo facevano allo specchio

    ed era un Master in storia antica con tanto

    di pergamena in tinta rossa]. E poi si ricomincia,

    si contesta la forma e si riversa, alla sostanza

    la stanza più non basta, e avanza. Si scrivono

    trattatelli di filosofia, li si maltratta, si ritratta la tratta,

    su strada si incrocia la ragazza contratta, distratti dalla

    vita, e si fa il gesto, il solo gesto,  minimo, minore,

    insufficiente, di una carezza astratta, malsicura e

    malriposta, come una mariposa che si fa strale

    di odorosa rosa che non si sappia dire vite, e cosa,

    senza farsi ritrosa, la ritrattata carezza che noi no, noi no,

    e poi no e noi no, noi non sappiamo dire e dare e diradare.

    Sempre la  stessa storia, che si istoria nel letto umido del

    fiume che portiamo, inscritto nelle ossa, fiume nel quale

    [noi] non sappiamo più lasciare andare, e che possiamo solo

    riportare [lì alla foce], dove la voce incanta il fantolino, il geco,

    il tarlo, il tacco del cavallo, il collo di giraffa, la volpe che si sveglia.

    E poi si ricomincia, e si può solo rompere, tastare, frugare,

    intrufolarsi con le dita, sentire al tatto, consumare. Riparare.

    *

    (a latere della lettura dell’articolo Life with Dylan and Caitlin Thomas, e per l’infinito amore per Amore in sanatorio, by Dylan Thomas)

  • (Photo by F. Jonvelle)

    Mi batte forte il cuore
    lo senti dire e ti rimbomba
    due volte nello spazio di dieci ore

    E ti ritorna dai versi e poi dai libri
    e dalle cronache d’amore dei feriti.
    Minuziosa tendenza agli stravizi

    emotiva quietanza data in sorte.
    Immotivata rimostranza che si siede
    in attesa solitaria a porte attese.

    Gingillo fragilissimo alle dita ragazzine
    immune al fango adulto del confine,
    e fibrillata carezza a quei se stessi

    che si dimostran estasi di nugoli perversi.
    Perversamente bello in bocca adulta
    sperdutamente inquieto in mente femminile,

    inquieto mondo, restituito e ritrovato
    un poco rotto, come fringuello
    che cinguetta, ma a dirotto.

  • Photo by Mr Toledano – Arctic Circle

    A volte ci si stupisce di se stessi a prendersi quel lusso di impiegare un tempo cartaceo per rispondere a una mail, od a più email. Ecco, se accade questo, se le mail sono più d’una, ci si riappropria di un sentimento precedente.

    Come quando si lascia stare un libro, si smette di tormentarlo con la furia di una lettura inesausta, e lo si tiene lì, a dondolare una presenza, possibilmente al comodino.

    E poi ancora ci si incarta nei pensieri, alla sommità da cui guardiamo il sonno come guardiamo  i nostri piedi magri dalle dita greche, muoversi attraverso sole dita, per mezzo di esse.

    Come se d’inverno il mattino non potesse che avere odore albino e denti stretti, e ci rivengono in mente i nostri ragazzi che scrivono, al margine: oggi mi sono proprio svegliato presto.

    — Avevo freddo, e mi ricordo di essermi alzato per andare nel letto di F. ad abbracciarlo.

    E ti sovviene l’assurdità di tutte quante le camerate maschili, e la loro essa pure assurdamente intensa bellezza.

    E non ti era mai successo che qualcuno, intorno a una matrice, passeggiasse
    come si va al tormento in mano ai sogni, e che dalle sue tasche si sentisse il rumore inverosimile delle due chiavi e più, che lo sapevi bene come potessero riaprire porte aperte.

    E certe chiavi sono loro, le irriproducibili, invisibili, ed hanno quella qualità dei sogni, ovvero trasparenza.

    E non vorresti avere alcun ricordo di fragole e ciliegie, né di improbabili picnic con mongolfiera, né letto mai il giornale sedendoti al più basso dei gradini. Le gambe lo sapevano, che non andava fatto.

    E poi ancora peggio, se oggi si tratta di OGM e di carrelli che lacrimano latte da un post sul cinema che amiamo. E noi non lo vediamo, il film. Né il posto delle fragole. Noi un posto non l’abbiamo. Almeno questo e quello.

    E ti fa ridere l’idea di aprire una rubrica comica, e tanto per sondare provi a ridere allo specchio. Peccato che ti ritorni indietro, al massimo, un sorriso da monello. E vuoi leccare il viso che sorride, e ritrovarti in cima al sonno, e tendergli un tranello.

    Un libro di Carlotto, due di Izzo ed un volume della Pozzi. Moana in fondo al mare dell’inconscio, e nella neve tre gocce di vin cotto.

                      
  •  

    Vorrei leggere libri che non apro

    da anni, per esempio Malina.

    E mi accorgo, se penso,

    che sono  lo stesso

    il terzo uomo e il secondo.

    Il mio occhio, che scava

    l’amore in un unico cerchio,

    e non vuole che quello.

  • Polaroid by Nobuyoshi Araki (Lady Gaga)

    Perdersi. E come ci si perde?

    Cosa si sperde? Essere un piccolo rigagnolo,

    una fuoriuscita, un gorgo, un gioco erotico

    di pioggia d’oro che innamora.

    E predeterminare, che ci sia un arrivo,

    e invece no, non ristagnare nella

    previsione del tratto, che sia pur breve, oppure.

    [Perdere la poesia di quelle bettole, le quasi

    fetide che non frequenteremo mai,

    vedere l’ultimo di quel regista che

    a quindici anni abbiamo detto–

    è nostro. E poi saperlo che non

    si può ridefinire la distanza con

    la simulazione dell’incontro.]

    Atemporale. E quante nubi.

    Letti disfatti, morsi ai polsi,

    e mi si scomoda nel dentro

    quella sottile tenerezza che ho

    provato quando ho pensato

    che tu avessi settant’anni.

    Ed io volevo fartelo rizzare,

    lo dico come i maschi,

    più per bruciare quell’età così

    molesta, quasi temendo che l’orzo

    sperperasse la minestra.

    Ma pensa, se si comincia

    da una carezza più che spinta,

    che si è insinuata allora

    come una ruvida signora

    fra le gambe, e ha detto:

    no, non posso. Nemmeno

    l’ombra del ritaglio, titolo sul

    giornale. Ma noi i giornali

    nemmeno li leggiamo. Ci

    incartiamo, terra e pesci.

    Siamo due angeli che si masturbano

    negli angiporti, e Saffo ci interessa

    solo per la sua molle temperanza

    da lesbica incallita. Siamo così

    capaci di dissacrare e poi

    beatificare quando piangiamo

    l’orlo del destino, il morso al

    culo della morte. Siamo due maschi,

    con il sesso in mano. E’ cominciato

    lì, dove era quell’albergo, di cui noi due

    frequentavamo solo il bagno,

    tolette per signore e ombretto viola.

    Ricordati di portare il burro in tavola,

    che non sia mai ri-detto che a noi

    non ci emozioni la sodomia del maschio

    che conturba la famiglia. Mi fai spiare tutte

    le signore, ed io ci gioco, come il dottore

    nel libro base di ogni inizio sadomaso.

    E sottosopra infine ci restiamo,

    e nemmeno ci proviamo, a dire che

    a noi ci dura, il duro. Si è fatto tardi,

    e mi sarai per sempre caro,

    come un piccolo colle senza colla,

    a noi mica ci piace, essere cosa che

    s’appiccica. Piuttosto, abbiamo dato,

    e diamo, e dimoriamo.

    Senza una casa, la poesia si mescola

    al letame. E questo è un dono,

    che consapevole restituisce il bene

    e lo sconcerta in alto mare

    il verbo incatenare. Miele di dodici

    sirene cieche, senza pretese, in protesi di

    amianto a cui possiamo sempre ritornare.

    Bava di lumachine a riva, e schiuma d’altomare.

    *

    (a dirtyinbirdland, sinceramente

    Roma, dicembre 2011)

  •  

    (Photo by MrToledano)

     

    La perdita di sguardo

    che dirama e si fa fitta

    al varco fondo della

    notte di Natale. La pelle

    che sfiorisce al mondo

    come un latrato che scompare.

    La preghiera dei corpi che

    non reggono il passare,

    la fitta estrema che abitiamo,

    l’arto fantasma datoci

    per respirare e camminare.

    Il cuore morso, la boccuccia

    da sfamare. Campo di stelle,

    e fiato per scaldare.

    (accanto a Campus stellae, per Natale)

  • Sento che camminare fiato al collo
    non è né erotico né bello. E’ l’orbo mondo
    antico che ha due buchi nel cappuccio
    ed uno squarcio giusto al posto
    del muscolo più bello. E che peccato che
    di rose si riempia quel mercato, rose canine
    che a mia madre avrei portato se fosse stato
    possibile un natale senza più culle
    da bruciare e dissacrare.