Come se fossimo seduti sul
risvolto di una giacca posata
a respirare allo schienale di
una sedia di legno che guarda
la finestra nel suo oltre in qualche
modo disperante. Come se avessimo
vent’anni, il sesso che ci incalza, la
sfrontatezza di aspirare immuni
dalla bocca la quiete salva di una
sigaretta. E come non ci passassero
davanti i luoghi del non detto rincorrendoci
in affanno. Così scontassimo il passato non
percorso senza dazio. E siamo pelle scesa
in questo nostro stare, ci tremano un po’
gli occhi se li teniamo a riposare.
A volte ci si stupisce di se stessi a prendersi quel lusso di impiegare un tempo cartaceo per rispondere a una mail, od a più email. Ecco, se accade questo, se le mail sono più d’una, ci si riappropria di un sentimento precedente.
Come quando si lascia stare un libro, si smette di tormentarlo con la furia di una lettura inesausta, e lo si tiene lì, a dondolare una presenza, possibilmente al comodino.
E poi ancora ci si incarta nei pensieri, alla sommità da cui guardiamo il sonno come guardiamo i nostri piedi magri dalle dita greche, muoversi attraverso sole dita, per mezzo di esse.
Come se d’inverno il mattino non potesse che avere odore albino e denti stretti, e ci rivengono in mente i nostri ragazzi che scrivono, al margine: oggi mi sono proprio svegliato presto.
— Avevo freddo, e mi ricordo di essermi alzato per andare nel letto di F. ad abbracciarlo.
E ti sovviene l’assurdità di tutte quante le camerate maschili, e la loro essa pure assurdamente intensa bellezza.
E non ti era mai successo che qualcuno, intorno a una matrice, passeggiasse
come si va al tormento in mano ai sogni, e che dalle sue tasche si sentisse il rumore inverosimile delle due chiavi e più, che lo sapevi bene come potessero riaprire porte aperte.
E certe chiavi sono loro, le irriproducibili, invisibili, ed hanno quella qualità dei sogni, ovvero trasparenza.
E non vorresti avere alcun ricordo di fragole e ciliegie, né di improbabili picnic con mongolfiera, né letto mai il giornale sedendoti al più basso dei gradini. Le gambe lo sapevano, che non andava fatto.
E poi ancora peggio, se oggi si tratta di OGM e di carrelli che lacrimano latte da un post sul cinema che amiamo. E noi non lo vediamo, il film. Né il posto delle fragole. Noi un posto non l’abbiamo. Almeno questo e quello.
E ti fa ridere l’idea di aprire una rubrica comica, e tanto per sondare provi a ridere allo specchio. Peccato che ti ritorni indietro, al massimo, un sorriso da monello. E vuoi leccare il viso che sorride, e ritrovarti in cima al sonno, e tendergli un tranello.
Un libro di Carlotto, due di Izzo ed un volume della Pozzi. Moana in fondo al mare dell’inconscio, e nella neve tre gocce di vin cotto.
Sento che camminare fiato al collo
non è né erotico né bello. E’ l’orbo mondo
antico che ha due buchi nel cappuccio
ed uno squarcio giusto al posto
del muscolo più bello. E che peccato che
di rose si riempia quel mercato, rose canine
che a mia madre avrei portato se fosse stato
possibile un natale senza più culle
da bruciare e dissacrare.